Il successo dei social network che come Linkedin si rivolgono in primo luogo a professionisti e manager trasformandosi di fatto in un loro prezioso attrezzo del mestiere è solo un segno del peso che le relazioni e la capacità di coltivarle abilmente hanno oggi assunto nel business.

Ma le reti sociali non sono che il possente amplificatore di una tendenza sempre più palese. Sia che si intendano consolidare le attività e il valore di mercato di una azienda, di un singolo dirigente o di un team; e sia che al contrario si sia in cerca di una nuova esperienza lavorativa apicale, la parola-chiave è Networking.

Indica la costruzione di una galassia di contatti di livello e qualità tali da poter accrescere competenze individuali o know-how societario. E non si diffonde solamente attraverso i canali di Internet: bensì pure grazie a convegni e appuntamenti tematici; all’iscrizione ad associazioni di settore e alla loro frequentazione; non da ultimo per il tramite del classico passaparola e delle strette di mano.

«Credo che l’aspetto fondamentale delle azioni di networking risieda proprio nell’etimologia», ha detto a FinRoad la marketing director di Randstad Angela Tenerelli, «che allude alla creazione di reti in modo volontario e consapevole e in forma proattiva o passiva nella quotidianità del business. È essenziale per lo sviluppo professionale e implica una strategia di lungo termine».

Questo perché, quasi si trattasse di organismi viventi, i rapporti vanno coltivati con cura e con passione, poggiando, come Tenerelli ha sottolineato, sui concetti stessi di «rispetto e fiducia». Sin da principio, la generazione di un network deve avere obiettivi precisi e rispondere a chiari requisiti.

Quanto alle modalità e agli ambiti di implementazione, essi variano a seconda dei traguardi che ci si è prefissati: «Chi vuole rafforzare il proprio ruolo in un’azienda », ha proseguito Tenerelli, «stabilisce contatti fruttuosi sia all’interno sia al di fuori della società; mentre chi si vuole ricollocare chiaramente guarda per lo più all’esterno».

Cosa cercare e dove

Se il bersaglio che si punta a raggiungere è di natura personale, sovente ha a che fare con il desiderio di mantenersi costantemente aggiornati e formati a dovere, il che va anche di pari passo con l’acquisizione di una superiore autorevolezza.

Su uno spettro più ampio c’è però l’ulteriore sviluppo del business che può essere agevolato dal confronto con altri manager dai quali apprendere delle best practice valutabili, riutilizzabili, spendibili nel quotidiano.

In un’ottica di continuo interscambio: «Il percorso è bidirezionale », secondo Tenerelli, «perché la relazione si fonda sull’offerta e la ricezione di contenuti dai quali si possa trarre beneficio». Vaghezza e genericità nella costruzione dei rapporti non sono ammesse nel contesto manageriale attuale e la proattività delle reti alla quale si è fatto cenno è indice della capacità di scegliere «il tipo di network cui si vuole dare vita e di selezionare i contenuti da cercare».

Per esempio la generazione di opportunità commerciali o l’accrescimento delle conoscenze, che possono essere perseguiti in modi molteplici: «Partecipando a eventi, corsi e convegni», ha argomentato Tenerelli, «o aderendo ad associazioni di settore e di territorio, oppure ancora a club di business. È il professionista stesso a stilare un suo piano in base alle finalità che ricerca e i contesti menzionati sono di per sé potenziali moltiplicatori del numero di contatti».

Posto che nel terzo millennio «dai social media non si può prescindere» e che il digitale deve essere oggetto primario di attenzione da parte dei professionisti, soprattutto nelle culture mediterranee il fattore umano resta decisivo.

Il network perfetto è tuttavia composto ancora da un mix di umano e digitale. L’approccio vis-a-vis è determinante e genera centralità ma dal canto suo il web ha un potere inclusivo unico, è rapido e ricco di informazioni utili perché un network deve essere aggiornato in tempo reale».

Una nuova forma di competenza

Non soltanto il manager contemporaneo deve avere familiarità con le tecnologie e i mezzi sociali, bensì vantare nel suo bagaglio di esperienze dei solidi skill in materia di gestione delle reti ed essere preparato in maniera tale da orientare il cambiamento, senza subirlo.

Ciò a dire in primo luogo che servono disponibilità e apertura alle relazioni di lungo termine, on e offline; e il desiderio di mettersi in gioco con coerenza e trasparenza: anzi, con sincerità. «Offline sono vincenti la curiosità, la voglia di condividere e formarsi, di essere pronti a dare come a ricevere», ha detto Tenerelli, «mentre su Internet va tenuto presente che il contenuto rappresenta il miglior biglietto da visita».

Barare e presentarsi per qualcosa di diverso da sé non è comunque un’opzione percorribile perché «la rete tiene traccia di tutto». «L’empatia, la sicurezza, l’apertura e un atteggiamento positivo sono elementi fondamentali, invece, per il networking diretto e personale».

Se è pressoché impossibile quantificare il totale dei navigatori che frequentano i social professionali a scopo di networking, certo è che tuttora l’associazionismo è un canale essenziale. «Le associazioni di categoria così come i business club rappresentano canali di networking.

Il confronto fra manager è una ricchezza. Molta è la fiducia nella forza della relazione», ha concluso la marketing director, «in vista della conquista di obiettivi comuni e le reti sono strumenti per creare partnership fra aziende. Le relazioni informali facilitano il business se si possiedono contenuti, prodotti o servizi validi».

La relazione come fonte di opportunità

Dal canto suo il direttore operation di Career Consulting e membro di Aiso (l’Associazione italiana società di outplacement) Ivan Piccoli ritiene che il networking possa trasformarsi in un’arma vitale per la ricerca di un’occupazione diversa o di una funzione di rango differente.

«Non bisogna però pensare alla rete professionale», ha puntualizzato Piccoli, «come a una pura derivazione del lavoro di tutti i giorni. Bisogna per converso imparare a utilizzarla come metodologia di vita e alimentarla con costanza perché possa assicurare risultati interessanti».

Esiti che le stime tratte da alcune recenti ricerche internazionali descrivono puntualmente. «Nella sola Italia», ha continuato Ivan Piccoli, «il 60% dei manager ha dichiarato di avere legato ai rapporti interpersonali le nuove iniziative di lavoro intraprese. Ma un ulteriore 34% si è affidato al passaparola e alle reti socio-amicali e solo il 6% ai social e online network».

Questo per ribadire quanto già accennato più su e cioè che le forme di ricerca fondate su modalità più impersonali – fra le quali vanno annoverati l’invio di curriculum e i database specializzati – hanno attecchito più rapidamente in Paesi diversi dal nostro. A tale proposito Piccoli ha chiarito che i contatti di ordine socio-amicale non vanno in alcun modo confusi con l’italico malcostume della raccomandazione. «Si tratta di un modello ormai perdente», ha sottolineato, «perché il networking odierno privilegia la specializzazione e la professionalità. Al più, si potrebbe parlare di segnalazioni, purché in linea coi requisiti imposti dai mercati».

Una cassa di risonanza

Da utilizzarsi «come cassa di risonanza delle capacità di un manager» anche secondo Piccoli le reti professionali vanno nutrite con pazienza: «Vanno tenute in costante attività anche in assenza di ritorni immediati», ha detto, «perché il loro valore sta nell’essere portatrici di moli immense di informazioni. Queste possono essere di scarsa importanza per l’uno ma invece decisive per altri: il pensionamento di u professionista o l’ampliamento di team e impianti».

Pertanto una efficiente strategia di networking deve fare leva su banche dati sempre rinnovate di persone e ruoli; laddove nel modo reale è doveroso mettere a frutto le occasioni offerte da fiere e convention, meeting e convegni cui si può prender parte in compagnia di uno o più membri di una medesima rete.

«Le società di ricollocamento», ha riflettuto Piccoli, «da anni sottolineano l’importanza del fare rete e lo stesso Istituto nazionale di statistica Istat ha certificato la validità di questa strategia in una indagine di ambito istituzionale. Si è visto che pur sperimentando una varietà di canali per la ricerca di lavoro il 77,6% dei giovani si rivolge con maggior frequenza a conoscenti e amici. Così ha trovato occupazione il 44% del campione, contro il 26% che ha preferito una richiesta diretta a un potenziale committente».

Ne è emerso anche che senza un network di qualsiasi natura le possibilità di impiego o di ricollocamento scendono drammaticamente (-80%) e in ambito dirigenziale la categoria degli amici e conoscenti si tramuta chiaramente in qualcosa di diverso e più raffinato. Ovvero in una maglia di rapporti tessuti con società specializzate, operatori della ricerca di personale, non da ultimo con le già citate organizzazioni e associazioni o con altre reti professionali.

Articolo tratto da FinRoad MAGAZINE settembre 2017

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