La crescita esponenziale della popolazione anziana in Europa si deve, come in altri paesi occidentali anche non europei, alla sovrapposizione della diminuzione delle nascite e l’aumento costante dell’aspettativa di vita. Un fenomeno con infinite implicazioni sociologiche, previdenziali, lavorative, sanitarie, assicurative e patrimoniali.

All’1 di gennaio 2016, in Europa contavamo 510,3 milioni di cittadini, dei quali circa 98 milioni oltre i 65 anni. Una media quindi del 19%, con picchi superiori in Italia, al 22%, cui seguono Grecia, Germania, Portogallo, Finlandia e Bulgaria, poi tutti gli altri sotto il 20%, fino all’Irlanda, il paese più giovane d’Europa con solo il 13,2% di anziani.

La crescita numerica riguarda tutta la fascia di età dai 65 anni in su ma, all’interno di questa, l’incremento più straordinario è quello degli over 85. Uno dei focus dell’attività di ricerca e analisi svolta della Comunità Europea sul tema riguarda la necessità, nella prospettiva di un arco di vita più lungo, di garantire una qualità di vita, contraddistinta da un buono stato di salute e la possibilità di mantenersi attivi e impegnati. In molti paesi del nord Europa si sta già lavorando in questo senso, attrezzando le città in modo che la loro rete tecnologica sostenga precipuamente le persone oltre i 65 anni, rendendogli la vita più semplice e piacevole.

Secondo quanto riporta l’Eurostat, l’Unione Europea avrebbe preso l’impegno di innalzare di 2 anni entro il 2020 la durata della vita in buona salute degli anziani del vecchio continente. Un dato interessante ci dice che nel 2015 un cittadino europeo di 65 anni poteva contare su una media di altri 9,4 in buona salute, senza disabilità. Un dato confortante visto dall’alto, ma entrando nelle differenze dell’Europa Unita, colpiscono i 16 anni della Svezia a fronte dei 4 della Slovakia.

Resta comunque poco comprensibile, almeno ai nostri occhi profani, perché se nella media le donne europee hanno una prospettiva di vita più alta degli uomini, in ben 12 paesi, inclusi Italia, Spagna, Cipro e Grecia, gli anni in prospettiva “sani” per le donne oltre i 65 anni sono meno che per gli uomini nella stessa fascia d’età.

Anche il tasso di persone che restano attive dopo i 65 anni è sempre in aumento,

Il continuo spostamento in là dell’età pensionabile e dei disincentivi a ritirarsi prima del dovuto hanno portato le persone a restare attive ben dopo i 65 anni di età anche per la necessità di continuare a guadagnare anche oltre i 65 anni, per sé o per la propria famiglia. Nel 2011 il tasso di attività oltre i 65 era in media del 6.8%, con picchi al 10% trai paesi nordici e occidentali d’Europa come Svezia, Danimarca, UK ed Estonia, con il massimo in Romania (20.8% di cui il 9% oltre gli 85 anni). Una spiegazione di questa iperattività tra gli anziani romeni sta di certo nella concentrazione di piccole aziende agricole.

Richiama l’attenzione infine che tra i paesi nordici ci sia un 20% circa di persone che si sono preparate alla pensione cominciando a ridurre l’orario di lavoro, mentre Italia, Spagna, Germania, Cipro e Ungheria sono vicini al 3%. Ai fini previdenziali, e come tali di rilievo anche politico, è particolare interessante il rapporto anziani/persone in età da lavoro che presenta l’andamento dagli anni ’50 e la prospettiva da qui al 2075.

Finlandia, Germania e Italia sono in testa alla classifica con un 35% di anziani per 100 adulti in età da lavoro e, secondo l’OECD, il tasso potrebbe raddoppiare entro il 2060. Ma è importante anche il tasso di velocità di crescita, altissimo per il Portogallo dove si prevede il 75% di anziani entro il 2075 o la Polonia, attualmente relativamente giovane, in cui si prevede una crescita esponenziale della popolazione anziana nei prossimi anni.

Diversamente Scandinavia e Francia, dove, pur non raggiungendo il punto di equilibrio, la natalità è meno negativa che in altri paesi europei. Se i paesi europei e quei tre quarti del mondo dove la popolazione sta progressivamente invecchiando vogliono continuare le loro politiche di innalzamento dell’età pensionabile devono pensare a rimodulare il lavoro, almeno in parte, per le fasce più anziane, con la tecnologia a ridurre l’eventuale gap produttivo, contemplando part time e orari ridotti e un passaggio di competenze ai più giovani che integrino quelle digitali.

Testo di Emanuela Notari per Patrimonia & Consulenza

 

 

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