Gerd Leonhard è un noto conferenziere che gira il mondo parlando di futuro. Gli chiediamo, l’intelligenza artificiale sarà la nostra fine? Ho l’impressione che ci sia un equivoco di fondo che forse è legato all’utilizzo della parla intelligenza. L’intelligenza artificiale, quella delle macchine, non è l’intelligenza umana. Le macchine non possono capire dati che non sono stati strutturati mentre un essere umano, specie nel campo finanziario, capisce più da quello che un cliente non dice che da quello che dice. Quindi è tutta una questione semantica, se non le chiamassimo macchine intelligenti non ne avremmo tanta paura? Non è solo una questione semantica. Chi svolge un lavoro di routine, ricerca dati, li mette insieme e ne trae un’indicazione a un’azione… beh sì, il suo lavoro è a rischio. Così come il lavoro di mera contabilità, prenotazioni, fast-food, call center… Tutti lavori funzionali per fare i quali non occorre essere umani. Questi lavori verranno soppiantati dalle macchine, se non è già successo. È necessario concepire e realizzare un upgrade del contributo umano al mondo del lavoro e della produzione e lasciare le funzioni di routine alle macchine che sanno farle così bene.

I governi e le imprese devono riprogrammare la formazione affinché sia focalizzata su qualità umane come creatività, pensiero critico, capacità di rompere gli schemi, design, talenti che i computer non hanno e non avranno mai. Questo però richiede tempo. Nel breve termine? Nel breve molti perderanno il lavoro. E questo scenario chiama in campo a gran voce governi, imprese e sindacati affinché studino interventi e fondi di protezione sociale, di reddito minimo garantito e di ri-formazione professionale. Come in Danimarca, dove il governo ha studiato e sta implementando un piano di transizione digitale per proteggere lavoratori e società civile.

Ma ci vogliono anche risorse finanziarie, non solo volontà politica. E qui ritorna l’idea di Bill Gates e molti alti di far pagare le tasse sulle macchine intelligenti che sostituiscono i lavoratori in carne e ossa. I casi, in termini generali, sono due: o le imprese investono quello che risparmiano sostituendo le macchine ai lavoratori creando nuovi posti di lavoro, nuove mansioni e protezione sociale o scappano con i soldi, cioè se ne infischiano. Se dovesse avverarsi questo secondo scenario, avremmo pochi ricchi padroni della tecnologia e molti poveri disoccupati a cusa della tecnologia. La diseguaglianza sarebbe insostenibile e tale da condurre a disperazione, crimini, violenza e, inevitabilmente, terrorismo.

Se non vogliamo tutto questo, dobbiamo muoverci fin d’ora. Non mancano più di 10 anni a che si possa concretizzare uno scenario o l’altro. Per fortuna l’Europa ha una grande tradizione umanistica e solidale che può fare la differenza. L’umanesimo non è il contrario della competitività. O accettiamo di pagare le conseguenze della nostra inazione con crimine, terrorismo e disperazione, o paghiamo in denaro da investire nella preparazione al grande cambiamento e per arrivarci tutti insieme, senza lasciare indietro nessuno.

In molti paesi europei si sta già affrontando il tema, di recente anche in Spagna e Portogallo. Mancano solo Italia e Grecia. Ma si deve passare dagli Stati Uniti d’Europa. Tutte le meravigliose risorse di cultura, ricerca d’eccellenza, bellezza, arte e paesaggi che abbiamo sono troppo esigue sulla scala del singolo territorio nazionale. I benefici che avremo dalla collaborazione, per esempio su fronti quali la cyber security e l‘energia, supereranno di gran lunga qualunque preoccupazione politica o nazionalistica.

Cosa deve fare la scuola per adeguarsi? La scuola deve fare quello che dobbiamo fare tutti noi. Capire che l’epoca della conoscenza fine a se stessa è finita, non è più vero che più sai tanto migliore sei. Quello che davvero fa la differenza è l’intelligenza intesa come capacità di fare connessioni, di pensiero laterale… è il salto dalla conoscenza alla saggezza. L’informazione e la conoscenza sono diventate commodity cui si ha accesso con un click e sono dominio delle macchine. Mentre la capacità di usare la conoscenza per farne opere d’arte, di pensiero o di visionarietà è ancora competitiva. D’ora in poi tutto quello che noi umani possiamo fare, e le macchine no, assumerà grande valore.

Seconda cosa, sia la scuola che tutti noi dobbiamo capire e conoscere la tecnologia, non per diventare programmatori, ma per sapere cosa può fare. Con questo bagaglio di conoscenza, disegneremo nuovi prodotti, servizi e lavori. Non si può più fare un MBA per studiare come si fa un business plan o come si implementa un piano industriale, quando lo può fare qualunque intelligenza artificiale. Adesso servono sperimentazione, immaginazione, creatività, design. In 10-15 anni qualunque prodotto del nostro pensiero logico potrà essere ottenuto anche con le macchine, la parte sinistra del nostro cervello non sarà più esclusività umana. Ma il resto sì, la capacità di trovare opportunità di business rompendo le regole o usando il pensiero laterale, questo sì. Da noi nessuno tocca il tema della rivoluzione tecnologica, almeno sul piano politico…

Ancora per poco, nei prossimi due anni ogni politico, e con ciò intendo anche ogni sindaco o ogni funzionario pubblico, dovrà essere in grado di rispondere alla domanda cosa state facendo per il cambiamento digitale, come pensate di gestire l’intelligenza artificiale o cosa ne sarà delle banche? Altrimenti nessuno più li voterà e forse nemmeno più gli parlerà. Per fortuna c’è una schiera di giovani tra i 20 e i 30 anni che pretenderanno questo tipo di consapevolezza dai loro politici e anche una schiera di nuovi imprenditori illuminati. Ci arriveremo. È solo questione di tempo e di volontà politica ma ci arriveremo. La politica non può continuare ad essere così scollegata dalla realtà. Se non ci si mette insieme per affrontare questa rivoluzione che non è solo tecnologica ma sempre più culturale, si muore.

Testo a cura di Emanuela Notari per Mente e Finanza

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