Ken Hughes, noto comportamentalista degli acquisti e studioso della psicologia dei consumi, sintetizza la disruption rappresentata dalla nuova generazione Z con una canzone dei R.E.M. “It’s the end of the world as we know it…”, è la fine del mondo come lo conosciamo… Ma è vero o, come spesso succede, si sta ingigantendo il solito ricambio generazionale? Senza essere degli esperti, semplicemente sulla base di qualche osservazione di buon senso, potrebbe davvero essere un giro di boa di una certa portata.

Svariati fattori descrivono la generazione Zeta come decisamente anomala nei comportamenti rispetto a chi l’ha preceduta. Mettersi sulla loro lunghezza d’onda è tutt’altro che facile: dalla scuola alle offerte commerciali, dall’industria alle istituzioni, tutte agenzie generalmente presiedute da generazioni più vecchie o come si dice adesso dell’era ante-Google, tutti dovremo imparare un linguaggio diverso, centrato più sulle esperienze e sui fatti concreti, che sulle chiacchiere. Anche per questo la pubblicità agonizza.

Sarà interessante vedere cosa succederà da qui a poco nel dialogo tra Millennials e Generazion Z, quando i babyboomers saranno ormai usciti dai giochi. Sempre che gli lasciamo ancora qualcosa con cui cimentarsi. Non occorre attendere tanto, i Millennials sono già intorno ai 35 anni e la Gen Z sta lasciando le superiori e nel 2020 rappresenterà il 40% della popolazione mondiale. E prima o poi Millennials e Generazione Z saranno rispettivamente azionisti e dirigenti delle aziende che governano il mondo. Ecco in 10 punti il ritratto dei nuovi investitori.

  1. È la generazione nata digitale; al contrario dei Millennials, non si sono digitalizzati, semplicemente sono nati connessi. Per questo sono definiti anche neo-digitali. Se i Millennials comunicano per testo o voce, questa generazione usa immagini o video. Quindi a meno di usare un massimo di 5 parole e una grande immagine, è molto difficile dialogare con loro commercialmente parlando. Ma anche politicamente, per esempio.
  2. Sono perennemente online, anzi, come dice qualcuno, sono perennemente ON. Non conoscono il concetto di spegnere, chiudere, esaurire. In questo senso diversi esperti sostengono che noi ante-Google, potremmo essere gli ultimi a sapere cosa significa la parola off-line. Nel futuro sarà inteso solo come stato mentale.
  3. Sono anche perennemente sui social; se i loro genitori, i baby boomers, decidevano di dedicare il fine settimana alla vita sociale, la generazione Z è costantemente connessa sui social con la tribù di amici che frequenta nella vita reale, ma anche con persone conosciute solo sui social. Al contrario dei Millennials, sembrano più consapevoli dei rischi di esposizione della propria persona e dei propri dati, tant’è che a Facebook o Twitter preferiscono Snapchat (e Secret o Whisper) dove immagine personale e interazione spariscono dopo pochi minuti.
  4. Sono cresciuti in modalità disponibilità immediata: per chi ha passato la propria adolescenza con tutto a portata di click, è difficilmente concepibile attendere la consegna di un’auto magari tre mesi, o anche solo qualche settimana, o peggio ancora dover conciliare le commissioni, per esempio, con la pausa pranzo. Il mondo intorno a loro dovrà farsene una ragione.
  5. L’apparenza continua a contare molto anche per loro ma in modo diverso: non c’è stacco tra essere e apparire. Appaiono quello che sono e sono quello che appaiono. Se i Millennnials ritoccano la propria immagine con photoshop, questi ragazzi ritoccano se stessi.
  6. Anche per questo, ambiscono a una vita speciale, nella quale essere – più che somigliare – a un mito. Nelle loro camere non ci saranno poster di personaggi carismatici cui voler somigliare. Per loro si tratta di essere quello che vogliono, nel mondo digitale in cui tutto è possibile.
  7. In questo senso cambia radicalmente anche il concetto di libertà: non più andare dove voglio o avere ciò che voglio, ma essere chi mi sento di essere. In questo senso sta cambiando anche il valore del possesso.
  8. Sono pragmatici e un tantino conservatori: se i loro cugini Millennials sono nati nel periodo pacifico e sufficientemente agiato degli anni ’90, per poi venire scaraventati nell’incertezza del post 11 settembre, la generazione Z è cresciuta nella crisi più pesante dopo il 1929 e nel mezzo degli attacchi terroristici. Sa che sarà difficile trovare lavoro, che sarà impossibile guadagnare quanto guadagnavano i loro genitori alla stessa età, avere le stesse pensioni e in più sono coscienti dei rischi rappresentati dalla rete. Qualcuno sostiene che in questo senso assomiglino più ai loro nonni, la generazione disillusa post seconda guerra mondiale.
  9. Secondo molti osservatori, avrebbero l’imprenditorialità nel sangue: in un mondo guidato dalle start-up e dalle aziende tech, questi ragazzi, anche potendo, non ambirebbero al solito posto di lavoro che ha rappresentato la fissazione di chi li ha preceduti. Sottoposti continuamente allo stimolo di chi ce l’ha fatta con le proprie idee e forze, non dubitano di poter essere a loro volta il prossimo Bill Gates o Mark Zuckerberg.
  10. Insensibili ai temi del razzismo, sono cresciuti in scuole multietniche e le differenze sono più intese in senso identitario che in base al colore della pelle.

Testo a cura di Luisa Terenzio per Mente e Finanza

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