Nella tradizione del concetto di famiglia, in tempi e luoghi diversi e fra loro sconosciuti per secoli, si è costantemente realizzata una situazione di passaggio generazionale di conoscenze, tradizioni e ricchezze. Le classi sociali hanno consolidato le proprie posizioni proprio attraverso scelte ripetute nel tempo ed il loro relativo declino si è manifestato quando alcuni o tutti questi valori si sono dispersi, senza più caratterizzare il vincolo di gruppo delle famiglie, delle classi o delle popolazioni.

È logico chiedersi la ragione (la Vernunft di Kant) di questi vincoli e, ancor di più del loro allentarsi. Crescita e declino appaiono non arrestabili, come spesso nelle fattispecie legate ai comportamenti della mente. La ragione è (sempre per Kant) “l’esame della nostra facoltà di conoscere a priori, che spiega i limiti della prospettiva empiristica e di quella razionalistica”. In campo successorio, le tecniche giuridiche e finanziarie offrono soluzioni pure e razionali spesso disattese da chi dispone per la propria successione ereditaria o addirittura evitate o rinviate, oppure ancora eluse quando possibile. Tutti atteggiamenti più vicini alla cordialità (cioè al cuore) che alla mente.

Anche le scelte razionali vengono studiate con riferimento a valutazioni di sentimento, per favorire eredi giudicati più idonei (soprattutto nella successione d’impresa), per escludere (laddove possibile nella successione legittima) soggetti non desiderati da specifici beni, per evidenziare la propria azione di guida (in famiglia, in azienda o nella vita civica) anche dopo la morte. Tutto questo è governato dall’utilizzo delle facoltà mentali (nel bene e nel male). Non tutto regge ex-post all’impatto degli eventi sulla mente degli eredi, che – sciolto il vincolo fisico con il disponente – provvedono a scelte proprie, anche difformi dal disegno originario. Basti pensare ad eredi di imprese che cedono la stessa sul mercato, a coeredi di immobili che non reggono alla gestione comune, ad eredi di patrimoni finanziari che propendono per soluzioni diverse da quelle loro lasciate in eredità. In generale, la mente del disponente privilegia il bene, quella dell’erede il valore e il denaro contenuto nel bene.

Sotto un altro profilo, la successione è un momento di crescita della conflittualità fra le persone, di incontro necessario fra soggetti non propensi a condividere e spesso origine di contenziosi irrazionali che abbattono e nullificano il valore dei beni oggetto di discussione. Tutto ciò contrasta con valutazioni che imporrebbero decisioni celeri, compromessi necessari rispetto all’impulso dell’istinto e minor senso di possesso rispetto a beni non “conquistati” ma “acquisiti per eredità”. Le statistiche indicano per alcune regioni italiane un tasso di contenzioso superiore al 60% rispetto al totale delle posizioni ereditarie. Fattore altamente irrazionale se si pensa che la maggior parte di tali diatribe si risolvono in via stragiudiziale successiva e con danno patrimoniale per i soggetti coinvolti.
Il pensiero della morte impatta su attori e beneficiari dell’evento, generando errori di comportamento che vorremmo, ma non vi riusciamo, modificare.

Articolo pubblicato su Mente & Finanza a cura di Giuseppe G. Santorsola, Professore Ordinario di Corporate Finance e Corporate & Investment Banking, Università Parthenope di Napoli.

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