Nell’ultimo mese quasi tutti i mercati azionari hanno subito perdite, con un calo maggiore per i mercati emergenti rispetto ai mercati sviluppati. La continua escalation della guerra economica tra USA e Cina, i dati economici ultimamente ancora deboli in quasi tutte le regioni del mondo e le aspettative sugli utili aziendali generalmente in calo rimangono fattori negativi importanti. Per una svolta al rialzo e un trend superiore alla media sui mercati azionari dei paesi emergenti ci vorrebbe una distensione duratura tra Washington e Pechino e/o chiari segnali di ripresa economica in Cina. Anche se per il momento non è possibile intravedere nessuna di queste due precondizioni, ciò rimane una possibilità realistica nei prossimi mesi, nonostante le notizie al momento in prevalenza negative.

Mercati emergenti: occhi puntati sulla politica Argentina

Ad agosto 2019, sia le azioni che le obbligazioni dei paesi emergenti hanno registrato dei deflussi da parte degli investitori internazionali; nel caso delle obbligazioni soprattutto quelle in valuta locale. A questo punto, l’attenzione si è spostata improvvisamente sull’Argentina. Dopo che il presidente in carica Macri ha subito inaspettatamente una netta sconfitta contro il candidato presidenziale peronista Fernandez nelle primarie, azioni e obbligazioni argentine così come il cambio del peso sono crollati pesantemente. I mercati stanno già scontando un nuovo default del paese, ma non è detto che questo scenario si avveri.

Mercati emergenti: il peso della guerra commerciale tra USA e Cina

Sono invece indiscutibilmente una realtà gli ulteriori dazi punitivi tra USA e Cina. La Cina, da parte sua, ha risposto all’escalation del presidente Trump di inizio agosto con misure di ritorsione. Dopo che in questo modo praticamente tutte le esportazioni cinesi verso gli USA saranno soggette a tariffe punitive, la prossima domanda è fino a dove Trump potrà ancora portare le sanzioni? Con il recente aumento dei dazi punitivi, dal 2020 anche i consumatori statunitensi sentiranno molto più gli effetti della guerra commerciale. Tuttavia, ciò potrebbe anche significare che per il momento è stato raggiunto l’apice dell’escalation. A livello di politica interna e in considerazione delle ripercussioni economiche, sia Trump che Xi dovrebbero avere un interesse crescente a raggiungere, almeno temporaneamente, una distensione del conflitto.

Mercati emergenti: il ruolo della politica monetaria della FED

La dinamica tra l’escalation della guerra commerciale di Trump e i tagli dei tassi di interesse della banca centrale USA, è stata affrontata a sorpresa in modo esplicito e pubblicamente da Bill Dudley, ex presidente della Fed di New York. Con i suoi sforzi per mitigare l’impatto negativo della guerra commerciale sull’economia USA, la banca centrale permetterebbe involontariamente un’ulteriore escalation da parte del presidente Trump, ha detto Dudley. A lungo termine, questa combinazione sarebbe molto dannosa per l’economia USA. La sua sensazionale proposta: la Fed dovrebbe smettere di sostenere indirettamente la guerra commerciale di Trump e dovrebbe uscire da questo ciclo, se necessario anche al prezzo di una possibile recessione. È piuttosto improbabile che il presidente della Fed Powell segua questo suggerimento. Ma il tutto può essere interpretato come un forte avvertimento della Fed in direzione della Casa Bianca. Tanto più che pochi giorni prima il presidente Trump aveva chiesto seriamente su Twitter chi fosse il nemico più grande degli USA – il presidente cinese Xi o il presidente della Fed Powell?
In ogni caso, è possibile che la banca centrale USA non tagli i tassi d’interesse in modo così aggressivo come attualmente scontato dai mercati obbligazionari USA. Naturalmente ciò è tanto più vero, se si dovesse arrivare a una distensione duratura nella guerra commerciale. Indipendentemente da ciò, gli effetti negativi di questo conflitto si fanno sentire molto di più al di fuori degli USA, soprattutto in Asia, dove i dati economici e commerciali sono in calo, in alcuni casi drasticamente.

Mercati emergenti: la frenata dell’auto pesa sul settore manifatturiero

Tuttavia, ciò non dipende solo dalla guerra commerciale, ma anche dall’indebolimento generale dei tassi di crescita cinesi. La componente delle importazioni nell’indice dei direttori d’acquisto cinesi continua a segnalare una contrazione. Tuttavia, una forte ripresa delle importazioni cinesi sarebbe un fattore chiave per stimolare il commercio mondiale e la congiuntura globale. Va inoltre sottolineato che l’attuale debolezza globale del settore manifatturiero è in gran parte attribuibile al settore automobilistico. Vi sono sempre più segnali che il settore stia eventualmente superando il peggio proprio adesso. Lo scenario di un rilancio dell’economia mondiale insieme a un indebolimento del dollaro nei prossimi trimestri, ripetutamente delineato in questa sede, è quindi ancora vivo.

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