Il benessere del cittadino in Italia dipende da quello che tecnicamente si chiama welfare mix, dove lo Stato con la spesa previdenziale, pensionistica e di assistenza, è solo uno dei soggetti attivi. Gli altri sono il cosiddetto terzo settore, l’ampio ambito del volontariato e degli enti di assistenza no profit, il mercato, ovvero il mondo aziendale con programmi e incentivi di previdenza complementare, e il welfare famigliare. L’invecchiamento della popolazione graverà sempre di più sui conti pubblici e sulle spalle delle famiglie.

L’Osservatorio sul bilancio di welfare delle famiglie italiane (UIL, Mbs Consulting), definisce il welfare famigliare il complesso delle iniziative e delle spese che la famiglia sostiene per garantire il benessere e la sicurezza sociale dei propri membri. Questo complesso comprende spese per la salute, di supporto all’attività lavorativa (spese di trasporto e di alimentazione) e per l’istruzione, l’assistenza agli anziani e ai disabili, previdenza e protezione attraverso polizze assicurative. Il welfare famigliare è un complesso di spese, iniziative e cura, erogate attraverso una rete di solidarietà e sostegno intergenerazionale, che lo stesso Osservatorio ha quantificato in un valore di 109,3 miliardi di euro, il 6.5% del Pil (dati 2017) e in media il 14,6% del reddito netto della famiglia.

I valori medi delle spese più importanti per famiglia del 2017, secondo l’Osservatorio, sono:

  • spese sanitarie: 1.336 euro a famiglia;
  • supporti a lavoro: 1.877 euro a famiglia (su un totale di 16,6 milioni di famiglie con un membro lavoratore rispetto al totale di 25.2 famiglie);
  • istruzione dei figli: 2.000 a famiglia (con figli).

L’Osservatorio dà anche risalto alle famiglie che per difficoltà economiche sono costrette a rinunciare a spese anche essenziali di welfare famigliare, in particolare per la cura e l’assistenza agli anziani: il 56,5% rinuncia ad almeno a una prestazione essenziale, che diventa il 58,9% se si restringe l’osservazione alle spese sanitarie.

Oggi l’aspettativa di vita è 85 anni per le donne, 80 per gli uomini; a metà secolo si prevede a 90 anni per le donne, 85 circa per gli uomini. I bambini nati nel 2000 potrebbero vivere fino a 100 anni e in Francia qualcuno sta già ragionando intorno alla meta dei 125 anni. Questo significa che andremo in pensione a 70, forse anche a 75 anni in futuro, ma avremo davanti 25 anni di pensionamento. Praticamente un quarto della vita totale.

Già oggi, con età pensionabile a 67 anni e molte persone che vivono anche fino a 85 anni, stiamo parlando di un pensionamento in molti casi di 15/17 anni. Il 20% della vita di un cosiddetto “grande vecchio”. Posto che l’assegno pensionistico pubblico sarà sensibilmente inferiore, basteranno i risparmi di una vita a sostenerci nella vecchiaia oppure saremo destinati a sopravvivere al nostro risparmio? E come? Pesando sulle famiglie dei nostri figli? Nessuno di noi ha una idea di come invecchieremo e come giungeremo alla pensione nel futuro, perché l’unico riferimento che abbiamo sono i nostri anziani che, per mille ragioni, appartengono a un altro mondo. Il pensionato per noi è ancora il signore col bastone che pedina i piccioni al parco e che percepisce l’80% del suo ultimo stipendio.

Non sarà più così e non solo sul piano economico:

  • Non andremo in pensione a 65 anni.
  • Vivremo mediamente almeno 10 anni più dei nostri nonni.
  • Grazie al continuo miglioramento della qualità della vita, prevenzione e cure mediche, non arriveremo all’età della pensione stanchi e desiderosi di riposo assoluto, anzi, molti di noi vorranno o dovranno continuare un’attività professionale.
  • Non avremo una media di due figli a testa che nella nostra terza età si occuperanno di noi.
  • A 90 anni non troveremo più le nostre case così confortevoli, perché non sono state disegnate per accogliere persone di quell’età e le nostre pensioni non consentiranno di pagare la retta di una casa di riposo accogliente.
  • Il figlio unico che ci ritroveremo dovrà già sostenere i propri eventuali figli, oltre a noi, e se continuano così le cose dovrà anche provvedere autonomamente alla propria previdenza integrativa.

L’invecchiamento della popolazione dei paesi più sviluppati non riguarda quindi solo lo Stato, ma anche le famiglie e il Terzo settore, quello del volontariato, tanto impegnato in Italia. Un numero così alto di persone anziane, capaci di arrivare ad età estreme, impone un aggiornamento delle attuali politiche di gestione della terza età, per evitare che il peso ricada sulla società attraverso ripercussioni sul sistema sanitario nazionale, sulle famiglie, sugli enti di assistenza e anche sulle aziende, che si troveranno a gestire più generazioni sul posto di lavoro e anziani che, per volere o dovere, si troveranno a prolungare le proprie carriere lavorative.
Se da una parte occorrerà assistere più anziani non autosufficienti, dall’altra converrà trarre produttività da quegli che invece vorranno e potranno lavorare più a lungo.

Articolo pubblicato su Patrimonia & Consulenza a cura di Emanuela Notari 

Diritto d’autore: unsplash-logoSandy Millar

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