I mercati azionari nelle ultime settimane hanno continuato a crescere, toccando i massimi storici per i principali indici negli Stati Uniti. Negli ultimi giorni tuttavia, hanno ampiamente ceduto i propri guadagni, o sono addirittura finiti in alcuni casi in territorio negativo rispetto alla situazione di metà aprile.

La ragione principale di solito citata è la crescente paura dell’inflazione e, in alcuni casi, dei tassi d’interesse. Il fatto è, tuttavia, che la correzione al ribasso è stata ritenuta da molti operatori come “dovuta da tempo”, in forza di diversi segnali di surriscaldamento e in alcuni casi di eccessiva euforia, soprattutto da parte di molti nuovi piccoli investitori negli Stati Uniti. Tuttavia, la tendenza generale al rialzo dei mercati azionari – sia negli Stati Uniti che in Europa – si basa ancora su fondamentali abbastanza solidi (sviluppo degli utili, contesto dei tassi di interesse, slancio economico), mentre anche il quadro tecnico del mercato rimane positivo (ampiezza del mercato, liquidità).

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Per i Mercati la pandemia è finita

Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, la tanto decantata immunità di gregge è stata quasi raggiunta, e le mutazioni attualmente note non cambieranno questo scenario. Nemmeno le immagini e le notizie parzialmente apocalittiche provenienti dall’India, o le nuove restrizioni in alcuni Paesi asiatici (dove la pandemia era stata a lungo considerata finita), sono state in grado di smuovere i prezzi sui mercati finanziari. L’attenzione degli operatori si concentra piuttosto sulla “normalità” post-pandemica, che attualmente viene modellata dal dibattito sull’inflazione.

Il rialzo dell’inflazione è solo temporaneo?

Sia la Federal Reserve degli Stati Uniti (Fed) che la maggioranza degli operatori di mercato e degli analisti continuano a presupporre che gli sviluppi inflazionistici saranno temporanei. La Fed finora non si è stancata di sottolineare che essa reagirà solo a un aumento sostenuto ed effettivo dell’inflazione. A differenza del passato, non è disposta ad agire in anticipo. Ma è proprio questo che potrebbe mettere molti partecipanti al mercato di fronte ad un dilemma. Poiché la Fed vuole deliberatamente rimanere “dietro la curva” e reagire solo dopo i fatti, ciò crea quasi inevitabilmente il rischio che essa entri in scena troppo tardi e perda il controllo della situazione, almeno temporaneamente. Sono pochi gli attuali operatori di mercato ad aver vissuto l’ultima volta in cui la Fed ha inseguito il trend dell’inflazione. E quelli che erano in giro già allora, naturalmente ora si trovano ad affrontare un’economia mondiale globalizzata, molto diversa da quella che avevano di fronte negli anni ‘70 e ‘80.

Quali sono gli argomenti di chi sostiene che l’attuale aumento dell’inflazione non si svilupperà in una tendenza duratura?

Da un lato, l’esplodere di una domanda repressa da molti mesi è per sua natura un fenomeno “una tantum” e quindi temporaneo. Dall’altro, gli enormi programmi fiscali non saranno rinnovati in modo permanente. Inoltre, la Cina sembra, per il momento, aver soddisfatto la sua massiccia “fame di importazioni” di materie prime. E sia i tassi di disoccupazione, ancora relativamente elevati, sia il ridotto potere contrattuale dei lavoratori e dei sindacati non sono attualmente elementi a favore di una spirale inflazionistica salari-prezzi. Allo stesso tempo, è probabile che la possibilità per le aziende di trasferire i prezzi si riduca notevolmente, soprattutto negli Stati Uniti, man mano che la domanda si normalizzerà e il governo smetterà di distribuire trilioni di dollari a famiglie e imprese private.

Un argomento contro questo punto di vista è rappresentato dal fatto che i fattori disinflazionistici di lungo termine degli ultimi decenni si stanno attenuando notevolmente. Inoltre, il bisogno di molti investitori di proteggersi dall’inflazione potrebbe rafforzare proprio queste tendenze inflazionistiche. Se, ad esempio, si comprano materie prime in grandi quantità a fini di copertura, ne risulterà un ulteriore aumento dei prezzi. Né dovremmo trascurare il fatto che ci potrebbe essere una considerevole pressione politica interna sui governi per compensare gli aumenti dei prezzi per i gruppi a basso reddito con ulteriori trasferimenti sociali.

Anche se alla fine la pressione inflazionistica si rivelasse temporanea, i mercati potrebbero comunque, per un certo periodo di tempo, “giocare lo scenario” di una pressione inflazionistica permanente – e questo proprio perché un numero sufficiente di partecipanti al mercato sta cercando di armarsi contro un tale scenario. Pare che avremo quindi davanti a noi dei mesi eccitanti, in cui le preoccupazioni per l’inflazione sono attualmente (ancora) molto più acute e forti negli USA che in Europa.

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