La pandemia Covid-19 è stata definita l’ultimo Cigno nero della storia dei mercati. Erano 12 anni che non accadeva e se guardiamo al passato questa volta si tratta di un Cigno nero completamente diverso perché è il primo non finanziario e nemmeno bellico. Per la precisione, ne abbiamo avuti tre finanziari (Crash del 1987 – Crisi LTCM del 1998 e Crisi Lehman del 2008) e due bellici (Invasione del Kuwait del 1990) e Twin Towers del 2001), ora siamo di fronte a un evento del tutto nuovo.
Abbiamo chiesto a Giuseppe G. Santorsola, Professore Ordinario di Asset Management e Investitori Istituzionali e Corporate&Investment Banking all’Università Parthenope di Napoli di spiegare al Cigno Bianco quali saranno gli effetti economici della pandemia.

Ci troviamo di fronte a un Cigno nero completamente diverso rispetto al passato. Quali impatti economici che avrà il Coronavirus?
Avrà impatti enormi e duraturi perché si tratta di una crisi chimica e non fisica. Un evento fisico con impatto sui mercati può essere un terremoto, tsunami, uragano, guerra che distrugge parti di un territorio o della sua economia all’improvviso; ha un impatto geografico limitato all’area dove si verifica. Un evento chimico con impatto sui mercati è invece quello attuale nel quale il virus (o altro evento simile) si diffonde nel mondo in modo pervasivo per trasmissione, fin quando non viene sconfitto, generando un impatto crescente.

L’Indice Ftse Mib ha recuperato e il peggio sembra alle spalle almeno in termini di volatilità su tutti i mercati. Pensa che si possa parlare di una crisi a “U” e non come ipotizzato nell’immediato di una crisi ad “L” o a “V”?
Gli scenari prospettati dalla maggior parte degli Asset Manager sono orientati a stimare una recessione ad “U”, sebbene forse con concavità non lunga. I primi riscontri degli indici di Borsa hanno evidenziato una delle cadute maggiori della storia (febbraio e dal massimo storico), una fase laterale breve caratterizzata da movimenti giornalieri ridotti, ma con forti oscillazioni intraday ed una fase di rialzo altrettanto robusta. Tuttavia, il drawdown non è stato ovviamente recuperato. Non siamo quindi in una forma a “V”. Teniamo conto peraltro che, con il 19 febbraio 2020, si è interrotto il più lungo ciclo di rialzo dell’indice DJIA dal 1900 (era iniziato il 9 marzo 2009). Molti venditori realizzano quindi plusvalenze.

Hanno fatto molto discutere le vendite allo scoperto. Ha senso bloccare lo Short Selling?
Partiamo dalla considerazione che fermare i mercati non è mai buona scelta, perché essi, come Arabe Fenicie, risorgono sempre e nel caso di blocco, senza regole e controlli. Nel caso dello short selling, si tratta di un tema differente (una modalità di negoziazione non coperta a monte). E’ funzionale con scelte immediate e durate brevi. Nel caso in esame, la sospensione è stata forse decisa con lieve ritardo (lasciando quindi vantaggi cospicui a molti operatori) e ha avuto durata anche quando il mercato aveva già reagito coi propri mezzi. Resta il ricordo degli anni ’70 e ’80, quando però si operava senza nemmeno il deposito di titoli a garanzia. Non c’è più la leva infinita.

Lo spread è di nuovo al centro del dibattito dei mercati dopo il passaggio da 150 a 320 punti e ritorno. Come vede questo tema in seguito agli ultimi sviluppi in Europa e Italia?
Lo spread ondeggia intorno ai 200 punti, scende, ma ogni sentore negativo lo risposta in alto. Certo la BCE ha ormai confermato interventi cospicui e costanti e questo stabilizza i timori che sollecitano la volatilità dello spread. Resta la mia convinzione che 200bp (o anche 150) siano un’enormità relativamente al livello dei tassi benchmark attuali (0% o anche sotto). Questo invita a meglio riflettere (tecnicamente) sull’esigenza di un debito UE comune (comunque denominato, health, corona, s.u.r.e., euro-bond). Non mi convince l’idea di un finanziamento a fondo perduto, senza tassi, senza payback, ma sempre con il rischio di generare inflazione al fine di annacquarne il valore. Resta un debito per le generazioni future.
Per le emissioni future, cercherei di evitare la tentazione dei BOT (onerosi nei loro plurimi rinnovi) e lavorerei su debito a lunghissimo termine, perpetuals oppure step up che rinviino gli oneri maggiori in periodi nei quali la ripresa economica avesse già avuto corso.

Quali sono le strategie per salvaguardare il capitale, ci sarà il capitale?
La risposta dipende dalla durata del lockdown; ogni mese pesa 8,33% sul PIL; stimandone bloccato (ottimisticamente) il 50%, i conti sono agevoli e andare oltre un trimestre sarebbe insostenibile. Limiterei il blocco al tempo minimo necessario e, di conseguenza, il supporto diretto ai cittadini (helicopter money o simili); finanziando invece le imprese si contiene la disoccupazione e si supportano consumi non condizionati dall’incertezza sui redditi futuri. Il problema sono i settori dove i tempi della ripresa saranno lunghi; negli altri, saranno lenti a causa delle restrizioni dettate dalle esigenze di sicurezza sanitaria. Ricordiamoci che le somme che provengono dalla UE non sono “esterne” ma anche di origine italiana. Versare e non utilizzare è errore grave. Per l’economia produttiva, essere finanziata dallo Stato è un condizionamento insostenibile nell’ottica della libertà imprenditoriale. Mobilizzare il risparmio è la soluzione naturale, ma – al momento – la domanda proviene dal Tesoro con i BTP Italia. Resta l’asimmetria fra chi dispone di risparmio e chi non ne ha o lo deve utilizzare per sopravvivere. La disuguaglianza sociale peggiora.

L’enorme massa di debito che arriverà sul mercato attraverso emissioni statali e corporate dovrà fare i conti con l’inflazione. Cosa ne pensa?
Sarà necessaria inflazione per abbattere il valore reale del debito e resto convinto che suoi valori troppo contenuti siano un freno allo sviluppo (lo affermano la scienza e gli statuti di BCE e FED). Inoltre, se studiamo la dinamica futura, dopo la grande recessione si stima una rapida ripresa (quindi, con inflazione plausibile). Se non accade questo, vivremo un marasma economico. Infine, per l’Italia, vi è il rischio di essere già il Paese più indebitato e quello con maggiore declino del reddito, qualora i tempi di delocking restassero quelli attuali. E’ necessario evitare una situazione “diversa” da quella degli altri Paesi perché la solidarietà si trasformerebbe in sostegno e si concretizzerebbero i timori di controlli esterni, da molti evidenziati. Il tema è peraltro: come si può pensare in negativo rinunciando allo scenario più virtuoso dell’opportunità di ripartire con capitali non condizionati, “inaspettati” fino a tre mesi fa? Occasione irripetibile.

La variabile petrolio e il crollo dei prezzi è un altro effetto del virus. Potrà riprendersi?
Non è un mio campo specifico; rispondo per punti: il petrolio non è più monopolista dell’energia; non esiste più unità dei paesi petroliferi; esistono di fatto tre petroli: quello in superficie a basso costo, quello da trivellare ad altro costo e lo shale oil a costi intermedi; la prospettiva di spostamenti ridotti delle popolazioni abbassa fortemente la domanda; il delocking riporterà in parte i consumi di energia a livelli più alti; infine dobbiamo valutare l’impatto a lungo termine della economia sostenibile sulla domanda futura di fonti, purché a costi anche essi “sostenibili”. Quindi, i prezzi attuali sono troppo bassi, resta il supporto a 70 dollari e resta la disunione all’interno dei paesi “petroliferi”.

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wang binghua

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