È largamente dibattuta e oggetto di sempre più crescente interesse il tema legato all’educazione finanziaria degli italiani. Si ritiene, a ragione, sia da parte dei legislatori che del mercato in senso esteso, che una migliore cultura finanziaria agevoli l’allocazione dei risparmi dei delle famiglie e contribuisca all’accrescimento della ricchezza finanziaria. E non vi è dubbio che sia così.

Oggi il nostro Paese si colloca agli ultimi posti in Europa, infatti, in termini di cultura finanziaria. A dirlo sono diversi sondaggi fatti in materia.
L’ultimo è stato condotto da Allianz in collaborazione con il Global Financial Literacy Excellence Center su un campione di dieci Paesi UE ed è uscito lo scorso febbraio. Nel contesto di Paesi come l’Austria, il Belgio, la Francia, la Germania, l’Olanda, il Portogallo, il Regno Unito, la Spagna e la Svizzera, l’Italia si colloca ultima o penultima in quasi tutte le domande che misurano i concetti di base della finanza. Più del 30% degli italiani, per esempio, non sa calcolare il 2% su una somma di 100 euro.
La conoscenza più bassa si riferisce al rischio e alla diversificazione del rischio. E gli ultimi casi di risparmio tradito legati a Banca Marche, Banca Etruria, CariFe e Carichieti, solo per citare alcuni esempi, ne sono l’ennesima conferma.

Diventa quindi prioritario per il legislatore, gli intermediari e gli attori tutti mettere in campo le risorse necessarie per l’accrescimento di tale cultura. Anche perché i costi dell’ignoranza finanziaria sono impressionanti. Qualche esempio? Negli USA è stato stimato che l’ammontare dei mancati rendimenti degli investimenti azionari dovuti a commissioni e altre spese si aggira intorno ai 100 miliardi di dollari. Costi sono sostenuti soprattutto da chi ha bassi livelli di alfabetizzazione finanziaria.

Un’attenzione particolare deve essere rivolta a programmi educativi per le fasce generazionali non ancora adulte, con l’obiettivo di informare le nuove generazioni per avere un futuro popolo di risparmiatori maggiormente avveduti e preparati. Tale intento viene perseguito dal legislatore oggi anche quando si rivolge all’educazione per adulti, risparmiatori di lungo corso, che per troppo tempo, hanno gestito le proprie risorse finanziarie senza avvalersi di consulenti professionali o di coloro che hanno delegato le loro scelte di investimento senza averne approfondita cognizione in materia. Per entrambi quest’ultimi, a mio avviso, più propriamente si dovrebbe si dovrebbe parlare di RI-educazione finanziaria piuttosto che di educazione in senso stretto.
A ben vedere l’allocuzione non è solo questione formale, ma diventa sostanziale. Diverso è il contenuto e l’approccio di un rieducatore rispetto a chi eroga semplicemente concetti basilari e di uso comune, oggi peraltro ampiamente diffusi dagli intermediari. Il rieducatore finanziario diventa ruolo decisivo sia nei comportamenti da adottare sia nello stile di guida da preferire quando si parla di allocazione finanziaria. Egli incide, partendo dai comportamenti del risparmiatore e, quindi, adottando la finanza comportamentale classica, sull’adozione di abitudini virtuose.
Tali abitudini hanno necessità di essere guidate e rieducate non tramite la mera esplicazione di un protocollo di finanza comportamentale, ma “adottati” mediante una rieducazione finanziaria seria e mirata. Solo la reale adozione di nuovi comportamenti può contribuire all’accrescimento della cultura finanziaria e dei risultati a essa conseguenti.
Si parlerà pertanto delle abilità e dell’incisività che un rieducatore deve possedere nel far adottare comportamenti virtuosi ai risparmiatori.

Un primo importante passo a cui deve fare però seguito un intervento a livello governativo, perché, come ha giustamente evidenziato una recente indagine condotta da Banca d’Italia, Ivass, Consob, Covip, Fondazione per l’educazione finanziaria e il Museo del Risparmio: “Un’ azione efficace di educazione finanziaria richiede, in linea con le migliori prassi emerse a livello internazionale, strumenti di coordinamento dell’offerta formativa tesi a favorire la coerenza tra le iniziative e i fabbisogni dei cittadini, a pro¬muovere le sinergie tra i programmi esistenti e a diffondere le modalità didattiche più adeguate. In circa 60 Paesi il coordinamento è perseguito attraverso una strategia nazionale per l’educazione finanziaria (Snef), ma tra questi Paesi l’Italia ancora non è presente”.

Testo a cura di Antonio Starace per Mente e Finanza 

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