Un recente studio di Emilia Bonaccorsi di Patti, Banca d’Italia, e Anil K. Kashyap, University of Chicago Booth School of Business, ha analizzato 110 banche che negli anni di crisi hanno registrato crolli di redditività.

Molte di loro non si sono salvate.

La ricetta di “guarigione” di quelle banche che invece hanno fatto il giro di boa, secondo questo studio, è da individuarsi in un attento percorso di analisi post traumatica che ha prodotto sostanziali cambiamenti nel portafoglio crediti.

Seppur possa sembrare illogico, buona parte delle banche in sofferenza hanno prestato denaro a società insolventi, che già all’epoca del prestito mostravano segni di inconsistenza finanziaria.

Perchè allora queste banche lo hanno fatto? Perché le relazioni sono business nel nostro Paese, asset intangibili in cambio di denaro tangibilissimo, in totale assenza di una logica finanziaria e, come giustamente segnala Beniamino Piccone sul Sole 24 Ore, anche di un contraddittorio interno ai consigli e al management delle banche che funga da vaglio di operazioni devastanti dal punto di vista imprenditoriale.

Incredibile che si siano dovuti scomodare esimi studiosi per dire a questa classe dirigente quello che qualunque padre di famiglia sa bene: non si presta denaro a chi non appare solvibile. A meno che si tratti di un’opera di carità.

ARTICOLO TRATTO DA FinRoad MAGAZINE; settembre 2017

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