L’indice S&P 500 ha guidato i rialzi del mercato azionario degli ultimi 9 anni, battendo la stragrande maggioranza delle altre borse e tutto sommato, calcolando anche la debolezza del dollaro degli ultimi semestri, chi ha scelto di sovra-pesare l’azionario USA ha certamente fatto una scelta corretta. Oggi però il dubbio che appare lecito porci, è se questa tendenza è destinata a continuare o meno.

Sappiamo che sta finendo il lungo periodo di tassi zero o sottozero, opportunamente guidato dalle banche centrali, seppur con qualche errore (la Fed ha terminato anzitempo il QE mentre la BCE lo ha iniziato tardi).

I tassi in rialzo potrebbero attrarre nuovamente gli interessi degli investitori verso quelle asset class obbligazionarie snobbate negli ultimi anni a favore delle allora più promettenti e performanti borse azionarie.

Questo è assolutamente vero, anche se mai ci attenderemmo un travaso massiccio in grado di generare crolli che le mai soddisfatte Cassandre continuano a predicare. La recente volatilità delle borse che a cavallo tra gennaio e febbraio ha portato i listini azionari a perdere circa il 10%, è in larga parte rientrata e riteniamo che il cosiddetto “sell off”, sia stato generato dall’enorme incidenza degli ordini automatizzati, algoritmi e trading systems, anziché da switch meditato e pianificato anzitempo tra azionario ed obbligazionario.

Tuttavia l’esercizio che ho realizzato questa mattina, e che verrà approfonditamente trattato negli incontri che Raiffeisen realizza con la propria clientela in tutte le provincie italiane, vuole mettere in relazione qual’è il premio che un investitore oggi può vantare investendo nell’azionario USA, Europeo o Giapponese, rispetto agli analoghi mercati obbligazionari dei Paesi stessi.

L’indice che calcola la convenienza relativa ad investire in azioni rispetto alle obbligazioni, si basa sul differenziale esistente (spread), a livello singolo Paese, tra gli utili percentuali che un’azienda produce ed il rendimento dei titoli di stato dello stesso Paese a 10 anni.

Fatta questa premessa, passiamo alla descrizione del grafico in alto che con la linea verde identifica nel valore di 6,255% il maggiore rendimento (earning yield) che la borsa giapponese (Indice Topix) garantisce oggi rispetto al titolo di stato giapponese a 10 anni, il cui rendimento non è ormai tanto distante rispetto al bund tedesco (0,61%).

Analoga analisi l’ho realizzata anche sul differenziale tra l’indice azionario dell’area euro EuroStoxx che come evidenziato dalla linea gialla mostra un premio maggiore rispetto ai titoli di stato del 5,26%.

Altra storia è invece cosa indica la linea bianca, che limita ad un misero 1,67% il premio che un investitore ottiene oggi, puntando sugli utili dell’azionario statunitense, indice S&P 500, rispetto al rendimento garantito dal Treasury Bond a 10 anni.

Queste considerazioni integrano importanti evidenze macroeconomiche e fondamentali che vedono, tra l’altro, la borsa USA come la più cara in termini di price\earnings.

Se a questo aggiungiamo le considerazioni appena fatte, arriviamo alla conclusione che quando gli investitori decideranno di far partire gli switches dall’azionario all’obbligazionario, troveranno maggior convenienza cominciando da Wall Street rispetto all’Europa e Giappone che riteniamo oggi debbano rappresentare le esposizioni maggiori nell’ambito dell’asset allocation azionaria del Paesi cosiddetti maturi.

Analoghe considerazioni andrebbero fatte anche per gli Emergenti, la cui parola vuol dire tutto e niente, essendo talmente vasto e differente il numero di Paesi che rientrano in questa categoria che appare impossibile raggruppare sotto un’unica media, l’andamento di azionario ed obbligazionario del paesi Emergenti.

Ma di questo ne parleremo di persona già da inizio marzo, a casa vostra…in giro per l’Italia.

Diritto d’autore:unsplash-logoMarkus Spiske

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