Nella maggior parte delle economie mondiali la ripresa economica continua, pur con minore slancio. Mentre la produzione industriale in Cina nel secondo trimestre 2020 è già tornata ai livelli pre-covid , per Usa e zona euro serve ancora tempo. Per l’economia nel suo complesso, la BCE non prevede che la produzione economica nella zona euro torni ai livelli pre-pandemici fino alla fine del 2022. Sull’altro lato dell’Atlantico, la Federal Reserve statunitense mantiene invariata la politica monetaria e intende tollerare un periodo più lungo di moderato superamento del tasso di inflazione al di sopra del proprio valore obiettivo.

Mercati e pandemia: la seconda ondata in Europa, solo leggeri miglioramenti negli USA

In Europa è arrivata l’attesa seconda ondata della pandemia da Covid-19, mentre negli Stati Uniti la prima ondata è ancora a malapena sotto controllo. Quasi ovunque in Europa, il numero di nuove infezioni confermate è in forte aumento, e in Spagna e Francia le cifre sono già più elevate rispetto alla prima ondata della scorsa primavera. Tuttavia, va notato che i test molto più estesi, più veloci e più precisi rispetto al passato fanno sì che il numero di infezioni non dichiarate sia probabilmente molto ridotto oggi rispetto alla scorsa primavera, quando venivano testati quasi solo i malati con sintomi evidenti. Di conseguenza una percentuale molto maggiore dei pazienti testati oggi mostra sintomi deboli o inesistenti della malattia. Inoltre, i metodi di trattamento sono stati notevolmente migliorati e i tassi di mortalità sono generalmente molto più bassi di quanto si temeva all’inizio della pandemia. Non dobbiamo per questo abbassare la guardia. Oggi non è possibile prevedere se e in che misura torneranno i lockdown su larga scala anche in Europa, anche se è probabile che, nel migliore dei casi, le restrizioni saranno limitate e verranno imposte il più brevemente possibile a livello regionale.

Mercati e pandemia: perché i mercati ignorano il virus

Il Covid-19 sembra aver perso rilevanza per i mercati finanziari nelle ultime settimane. I mercati infatti non hanno risentito né delle battute d’arresto nella preparazione dei vaccini, come quella di Astra Zeneca, né dell’aumento dei casi in Europa (o il continuo alto tasso di infezioni e mortalità negli Stati Uniti e in America Latina). Secondo il consensus di base presto sarà disponibile un qualche tipo di vaccino e il Covid-19 diventerà meno intenso entro due o tre trimestri al massimo. Al tempo stesso, va tenuto presente che gli indici borsistici in crescita quasi ovunque possono essere attribuiti principalmente a quelle aziende che non sono quasi mai state colpite dalla pandemia o che addirittura ne traggono beneficio. Per contro, molti titoli ciclici hanno registrato una ripresa relativamente scarsa solo pochi di essi stanno scontando un’economia globale in piena espansione. Questa discrepanza settoriale spiega anche gran parte della performance relativamente più forte dei grandi indici statunitensi (con un maggiore peso dei titoli tecnologici) rispetto all’Europa o ai mercati emergenti (che includono molte più società della old economy e titoli finanziari). Coerente con questo è anche il fatto che la recente correzione negli Stati Uniti ha lasciato quasi inalterato il resto del mondo.

  • In uno scenario ottimistico, è ipotizzabile che i mercati azionari attraversino ora una fase di maggiore volatilità – non atipica per la stagione – e che si verifichi una rotazione dai precedenti high-flyers (gli ormai costosi titoli tecnologici) verso i titoli ciclici che finora sono rimasti indietro e che dovrebbero trarre beneficio in particolare da una normalizzazione economica globale.
  • In uno scenario meno positivo, se le speranze dei vaccini si riveleranno troppo ambiziose, l’economia sarà ancora una volta soggetta a forti restrizioni e i mercati dovranno rivalutare alcune delle loro proiezioni ottimistiche.

Mercati e pandemia: obbligazioni sotto i riflettori

I mercati obbligazionari hanno registrato scarsi movimenti, tuttavia quasi tutti i prezzi delle obbligazioni sono leggermente aumentati. Solo i titoli (governativi) britannici si sono distinti negativamente, dopo che il tema della Brexit, per lungo tempo assopito, è tornato recentemente ad acuirsi, con il Regno Unito e l’UE prossimi a un nuovo confronto. Segnali negativi sono stati osservati in molte materie prime, in particolare nel prezzo del petrolio. Da un lato, ciò riflette l’andamento stagionale (la maggiore richiesta di benzina alla fine dell’estate) e, dall’altro, il calo della ripresa economica globale.
In questo quadro macroeconomico, il dollaro USA è tornato a crescere leggermente, dopo essersi indebolito notevolmente in estate. Va notato, tuttavia, che questa debolezza si è verificata principalmente nei confronti dell’euro e finora non si è quasi mai verificata nei confronti delle valute dei mercati emergenti.

Diritto d’autore: Photo by Morning Brew on Unsplash

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