Da anni gli studi sulle attitudini delle diverse generazioni ci hanno detto chiaro e tondo che la Generazione Z, i ventenni, e i più giovani tra i Millennials non hanno a cuore la proprietà privata come i loro genitori. Meglio affittare casa o macchina alla bisogna, condividere. Dà un senso di leggerezza la libertà di cambiare a seconda di come mutano le proprie attitudini e aspettative.

Negli Stati Uniti pare che i senior, per intenderci si parla di over 55, comincino a rendersi conto che la vecchiaia non è tutta uguale ma, piuttosto, data la nuova longevità, fatta di fasi diverse e che la cosa che preme di più – e questo è un effetto della pandemia – è salvaguardare la propria salute e la privacy senza isolarsi dagli altri. Le persone meno giovani hanno vissuto i vari lockdown come un incubo dal punto di vista della socializzazione, esattamente come i ragazzi, ai due estremi del ciclo di vita, quando non si ha ancora una famiglia propria o la si è cresciuta e lasciata andare.

Chi può, cresciuti e sdoganati i figli, comincia quindi a pensare di ordinare i beni che intende lasciare agli eredi e di riservare per sé la possibilità di vendere la propria casa di famiglia, in genere di ampia metratura e scomodamente dislocata su più piani, per scegliere di affittare una casa più piccola e più comoda, in comunità residenziali, con la possibilità di cambiare al cambiare delle esigenze, a seconda della fase di vita che si sta attraversando.

Nella fase più giovane, sembrano propendere per una comunità di senior attivi dove ognuno abbia casa propria ma si possano sfruttare occasioni comunitarie di socializzazione e di vita attiva (sport, passeggiate, escursioni). Diverso dall’appartamento all’interno di una Disneyland per anziani, più vicino alla vita reale seppur calata all’interno di una comunità di persone simili. Ciò permette di rispettare la propria privacy, pur sapendo che si vive in un posto dove ci si conosce tutti. In più, la soluzione in affitto permette per una cifra minima mensile di avere qualcuno che si occupi della manutenzione ordinaria del giardino e della casa. Così che tagliare l’erba, trapiantare le piante, riparare le tapparelle o cambiare i filtri dell’aria condizionata non sia più un problema cui provvedere personalmente.

Si può affittare una casa per un paio di anni; è quanto scelgono di fare molti come prova, quanto basta per lasciare un ampio margine di valutazione della soluzione scelta e, nello stesso tempo, rispettare l’esigenza della comunità di non avere vicini troppo transitori. In seguito si può decidere se restare in quella casa o spostarsi in una più grande o più piccola. O cambiare comunità.

Pur su scala ridotta, le poche soluzioni di condomini per senior attivi in Italia, stanno offrendo l’opportunità, in questo caso, di affittare un appartamento per le vacanze, così da poter provare la vita comunitaria, i servizi offerti, il quartiere intorno, i vicini.
Nella fase successiva della vita, quando nascesse l’esigenza di assistenza medica continuativa, si può decidere di spostarsi in una comunità assistita, senza per questo incappare nella difficoltà di vendere casa propria proprio quando la necessità ci rende più fragili.

A dare un’occhiata su Internet, le comunità di senior attivi appaiono prima di tutto meno compatte di un senior living come l’abbiamo inteso finora. Spesso si tratta di case individuali con giardino oppure di case il cui appartamento al piano terra dispone di giardino e quelli ai due piani superiori (massimo) di terrazza. Intorno c’è sempre occasione di aderire ad attività di gruppo nelle palestre, piscine, sale di lettura o club house della comunità, che spesso servono anche cene informali da consumare sul posto o da asporto. Diversi dai classici ristoranti dei senior living, più simili al pub sotto casa che volendo ti fa una bistecca ai ferri o una cena leggera.

La chance di poter contare su una vera cucina in casa, molto più strutturata degli angoli cottura che si vedono di solito nei senior living, consente di pranzare e cenare in casa, risparmiando sul ristorante che invece è spesso preferito in altre strutture ad appartamenti. Dalla breve ricerca su Internet, i costi partono dai 1.000 dollari (840 euro) al mese per una casa di 90mq – 2.000 dollari (1.680 euro) al mese per una di 120 mq. Cui si aggiungono 160/200 euro pese per la manutenzione ordinaria.

Ma cosa fa cambiare le proprie attitudini a una coppia non più giovane? Perché, pur essendo rappresentanza di una generazione che ha dato tanta importanza alla proprietà individuale, improvvisamente molti ex baby boomers preferiscono l’affitto? Le motivazioni sono diverse.

Vivere a casa propria è una gran bella cosa, ma:

  • in caso di lockdown, si rischia di restare veramente isolati da tutti;
  • tagliare l’erba o trapiantare le piante del terrazzo o riparare i guasti o cercare un tapparellista quando necessario è un fastidio a 30 anni, una rottura a 50 e un peso a 75;
  • è più dispendioso di quanto si pensi, sia per la manutenzione sia per le tasse sulla proprietà (anche se ciò non vale per la prima casa in Italia);
  • superato lo shock di cambiare l’ambiente in cui si vive, la sensazione che dà un gruzzoletto depositato in banca solleva da molti dubbi;
  • in futuro si avrà bisogno di ambienti più confortevoli e sicuri in vista di una longevità avanzata;
  • in una fase successiva della vita di coppia uno dei due potrebbe dover fungere da care giver e l’impegno verso il compagno o la compagna in un appartamento o in una casa di proprietà potrebbe rischiare di isolare entrambi. Diverso quando il vicino, passando, ti manda un saluto e lo staff che serve la comunità è pronto ad aiutare;
  • il solo pensiero di doversi affrettare a vendere casa nel momento in cui le condizioni del coniuge più fragile peggiorassero tanto da richiedere un’assistenza medica continuativa rende la cosa un incubo. L’affitto si disdice con un anticipo di un paio di mesi durante i quali si può cercare una comunità assistita in cui trasferirsi;
  • la vedovanza nella casa di famiglia può essere devastante.

La comunità per senior attivi è un altro tassello del variegato mondo della residenzialità senior negli Stati Uniti.

Un mondo dove sicuramente le persone hanno meno resistenze a vendere casa propria, rispetto al nostro Paese, e dove in molti hanno compreso che la vecchiaia oggi non dura i pochi anni di pensionamento dei nonni, ma potrebbe arrivare a coprire un terzo della vita adulta.

Un periodo così lungo, diciamo dai 60 ai 90, chi più chi meno, non è uniforme.

Verosimilmente il primo decennio è ancora caratterizzato da molte attività e vita sociale, interessi che riempiono le giornate, magari anche un lavoro, part-time o in forma flessibile, per ritardare il pensionamento. Dai 70 agli 80 ancora le persone sorprendono per la loro voglia di vivere, di divertirsi, di frequentare gli altri, ma la resistenza fisica a cose come la manutenzione del giardino o il muoversi tranquillamente su due piani, che fino a dieci anni prima erano un piacere, diminuisce e presto lascia spazio alla frustrazione. È qui, oltre gli 80, che potrebbe insorgere una fragilità o una morbilità che spinga a cercare soluzioni di residenze con assistenza medica oppure, al contrario, una condizione di vedovanza che rischia di portare all’isolamento.

La nuova longevità sta offrendo n forme di vecchiaia, che dipendono molto più dalle condizioni fisiche e cognitive, che dall’età anagrafica. A n condizioni di vecchiaia è giusto che corrispondano n situazioni residenziali. A ciascuno la sua.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by chris robert on Unsplash

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