L’attenzione ai fattori sociali e la responsabilità nei confronti dell’equilibrio ambientale suscitano da alcuni anni evidente crescente attenzione. Oggi sembrano essere al centro di un interesse globale coinvolgendo anche soggetti che hanno a lungo avversato o sottovalutato il tema. Nessun dubbio sulla significatività intrinseca dei fattori; suscita interesse la rapida convergenza nella considerazione delle aree critiche legate ad ambiente e società. Ciò non esclude divergenza in merito ai tempi: la realizzazione concreta degli obiettivi richiede tempi lunghi, mentre le esigenze dell’ambiente e le pressioni sociali spingono verso rapide scelte.

Gli approcci che guidano l’analisi delle relazioni all’interno del pianeta sono attribuibili al mutato peso assegnato ai fattori sociali o economici. Resta da verificare quanto si tratti di una moda, di un’imitazione o di un comportamento obbligatorio, oppure di un greenwashing di convenienza che pervade le consuete variabili dell’economia e della vita sociale. In ogni caso, si denotano cambi di strategia aziendale e investimenti cospicui, insieme ad una nuova politica di comunicazione che pone i fattori E ed S al centro dell’attenzione. Obiettivamente più contenuto è il fattore G (governance), meno affine all’interesse pratico del destinatario dell’offerta di beni e servizi, benché motore necessario della attuazione degli altri due.

La mia attenzione personale ha certamente origine economica e si unisce a minori conoscenze in campo umanistico e scientifico; intende così dimostrare come sia possibile, forse necessario e probabilmente fruttuoso a lungo termine, coniugare due termini come “buono” e “profitto”, attraverso un uso razionale (E) e corretto (S) delle risorse disponibili. La visione tradizionale dell’economia può coesistere con la piena accettazione del concetto di investimenti socialmente responsabili (SRI), declinato attraverso attenzione a fattori ESG. Razionalizzando, G modifica la rilevanza delle proprie variabili chiave, dovendo gestire con modificata attenzione E e riconoscendo l’insostenibilità crescente di alcuni comportamenti nell’area S.

Ulteriore fattore comunque economico, è l’andamento dei volumi di attività legate a investimenti SRI, particolarmente rilevanti negli ultimi trimestri nel mondo dell’asset management, risultando un elemento di immagine positiva, indispensabile in coerenza con quanto accade in altri settori economici.

Un approccio “completo”, spesso definito enfaticamente olistico, che va oltre le visioni tipiche di qualche anno fa, quando la finanza tradizionale investiva in aree economiche o finanziarie etiche oppure, gestiva in modo etico i ricavi ottenuti investendo in un’economia tradizionale. Resta inoltre ancora irrisolto il dubbio se i tre fattori E,S,G debbano essere tutti presenti per corrispondere a SRI. Altrettanto irrisolto è il tema divisivo se questi ultimi siano un asset class all’interno di un portafoglio, oppure una scelta di campo che esclude la compatibilità con altre per poter ottenere riconoscimenti e corrispondenze ai requisiti, oggetto di crescente attenzione a livello istituzionale. La distinzione non è certo sottile; sono gli investimenti o l’atteggiamento dei soggetti coinvolti a rappresentare i fattori che qualificano un SRI?

L’economia stessa –  oikos-nomos  – è scienza dedicata alla gestione delle scarse  risorse della terra. L’attenzione SRI/ESG è leggibile come un ritorno alle origini, motivato dalla percezione dell’accentuazione del problema della scarsità, suggerita da fonti esterne al mondo economico, quasi cinquant’anni fa e oggi fatta propria da forti componenti del sistema stesso. Un percorso utile da rileggere per interpretare al meglio peso e qualità dell’attenzione dedicata oggi, trovando una motivazione multivariata, elemento indispensabile per comprendere la concentrazione di capitale che gravita attorno ai fattori ESG.

L’ONU, la Commissione e il Parlamento dell’UE, il G10 e il G20, la Banca Mondiale e l’OCSE e molti dei governi dei Paesi sviluppati considerano i principi ESG per gli investimenti SRI nelle loro scelte. Gli accordi non sono facili da firmare e le scadenze fissate sono intorno al 2030 e al 2050. Troppo tardi per la condizione necessaria di 8 miliardi di abitanti?

Testo apparso su Advisor a gennaio 2022

Diritto d’autore: Photo by Mike Hindle on Unsplash

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