Il numero delle coppie che richiedono di adottare un bambino è in continuo calo dal 2007 riflettendo in qualche modo l’andamento della natalità. Calano anche le adozioni dall’estero che comunque continuano a vedere l’Italia secondo paese al mondo per numero di adozioni dopo gli USA. Ma ancora il rapporto richiesta/offerta indica una media di 7/10 coppie richiedenti (a seconda delle fonti) per ogni bambino dichiarato adottabile, ovvero privo di quell’appoggio morale e materiale in assenza del quale si è dichiarato in “stato di abbandono”.
Eppure un numero troppo alto di minori passa da un pre-affido, anticamera dell’adozione che non dovrebbe durare più di due anni, a un altro finché raggiunge un’età in cui è più difficile essere richiesto in adozione. Arrivati poi a 18 anni, restano in balia di se stessi o di qualche organizzazione di volontariato che decide di occuparsene.

L’offerta di adozioni estere diminuisce perché molti paesi, da dove prima giungevano minori abbandonati in gran numero, hanno deciso di regolamentare il fenomeno e di privilegiare occasioni di affido nello stesso territorio di origine dei bambini. Dall’altra l’incertezza per il futuro e l’assenza di politiche di conciliazione e di supporto alla genitorialità non hanno aiutato a sostenere la richiesta interna. Ma di sicuro, i principali motivi della demotivazione ad adottare passano dalla burocrazia e dai pre-requisiti per essere ammessi al ruolo di adottanti, anacronistici a dir poco.

La normativa che è del 1983 si è evoluta, con una serie di modifiche, ma non è cambiata nella sostanza. I criteri per essere ammessi all’adozione sono molto stringenti e i tempi biblici: ci vogliono circa 10 mesi per completare l’iter di ammissione e poi un paio d’anni di pre-affido. Se tutto fila liscio, ci possono volere anche 3 anni. Se si tratta di un’adozione estera – cosa cui spesso approdano i candidati genitori adottivi per ridurre la burocrazia e i tempi – può costare molto, qualche decina di migliaia di euro, fino anche a 50 mila euro.

Quali sono i requisiti per adottare

Per adottare un bambino occorre essere una coppia unita in matrimonio da almeno 3 anni, oppure, se sposati da meno tempo, conviventi da almeno 3 anni. Resta l’obbligo del matrimonio. Bisogna che vi sia una differenza di età con il minore in adozione di almeno 18 anni, con un limite di età a 45 un genitore e 55 l’altro, salvo che la coppia decida di adottare anche eventuali fratelli o sorelle nel cui caso li limite di età è derogabile. Infine la coppia deve dimostrare di poter provvedere a mantenimento, educazione e istruzione del minore.

Quindi in Italia, nonostante la legge riconosca le coppie di fatto e le unioni civili, siamo ancora fermi al punto che se una coppia non è sposata non può adottare. Non possono, quindi, per differenza, le coppie non sposate, i single e le coppie di persone dello stesso sesso.
A prescindere dalla tristezza per una regolamentazione che discrimina ancora tra coppie sposate e coppie non sposate – figuriamoci se può includere gli omosessuali – e che pone vincoli di età agli adottanti ma se si offrono di adottare anche i fratellini allora se ne può parlare, resta anche l’amaro in bocca per i tanti bambini la cui adozione non va in porto e restano in case famiglia o comunità (gli orfanotrofi non esistono più dal 2006). Date un’occhiata a questo grafico di True Numbers sulla differenza tra minori adottabili e sentenze di adozione dal 2000 al 2014:

Per rifarsi a dati più recenti, nel 2019 le domande di adozione sono state 8.954 (-5% su anno precedente) e le sentenze di adozione 850.
Qualcuno paventa un conflitto di interesse: lo Stato paga circa 1 miliardo di euro l’anno in rette e se i bimbi non vengono adottati lo Stato continua a pagare… Di fronte a un’ipotesi del genere scappa la voglia di farsi altre domande; d’altronde se i centri per migranti sono diventati un business, e persino i canili, perché non dovrebbe essere possibile una distopia del genere anche in questo caso?

Perché se non fosse così, una domanda, per esempio, ci sarebbe. Anzi due. Perché escludere le coppie non sposate, che pure fanno figli insieme e, che si sappia, sono buoni o cattivi genitori tanto quanto quelli regolarmente uniti in matrimonio e – lasciando da parte le coppie di persone dello stesso sesso che abbiamo capito essere una battaglia persa, oggi, in Italia – perché no i single? Sarà pur meglio un genitore che zero, o no? L’abbiamo chiesto all’Avv. Francesca De Florio.

«Non è proprio così. O meglio, l’obiettivo della legge è la tutela del minore, non del diritto dell’adulto all’adozione, quindi l’adozione da parte di un single, che si presume non in grado di offrire la stabilità affettiva che offrirebbe una coppia di genitori, è e resta, per la legge, un’eccezione. Però, in presenza di alcuni requisiti specifici, è prevista. Per esempio, se il minorenne è orfano e tra il richiedente l’adozione e la famiglia dell’orfano (e l’orfano stesso) esisteva una relazione stretta pregressa. È il caso di un parente entro il 6° grado o altre persone che nel tempo sono state in contatto con il bambino e la relativa famiglia tanto da assumere, sul piano affettivo e della frequentazione, lo status di un parente. Questo da quando, in una recente modifica alla legge di riferimento, è stato indicato l’obiettivo della continuità affettiva del minore. Oppure, il single è ammesso in presenza, nel minore, di un handicap fisico e psichico molto grave che in qualche modo lo penalizza nelle richieste di adozione. Infine, quando è impossibile dare il bambino in stato di pre-affido perché non è dichiarato in stato di abbandono. Anche in questo caso può essere affidato, non dato in adozione, a un single».

Le contraddizioni quindi, che aspettiamo di veder sanare dal tempo o dalla giurisprudenza come spesso accade nell’accoglimento delle modifiche nei costumi da parte della normativa, sono quindi due:

  1. i single, per quanto stringente sia la logica meglio un genitore che zero, sono una soluzione di ripiego che sussiste quando va a favore del minore (continuità affettiva) o quando mette una toppa a una situazione grave (affidamento minore con grave handicap o minore non adottabile);
  2. se un bambino ha un deficit fisico o mentale tale per cui non viene richiesto dal “mercato”, allora lo si può affidare a un single. La logica stringente qui però sì che funziona, meglio l’affidamento a un single che nessuna adozione.

«La nostra legge è troppo ingessata rispetto a quelle di altri paesi» aggiunge l’Avv. De Florio. Infatti l’Italia è l’unico paese europeo che concede l’adozione solo a coppie sposate. Ecco perché molti scelgono modalità anche non convenzionali o completamente vietate per adottare un bambino.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Ben Wicks on Unsplash

 

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