In questi ultimi anni gli SRI hanno fatto molta strada e non solo nel nostro Paese dove, proprio nel 2017, si festeggia il 20esimo anniversario del lancio del primo fondo sostenibile. Secondo le stime, infatti, gli attivi in gestione in tutto il mondo nel 2016 sono arrivati a 22.900 miliardi di dollari complessivi, dai 3.800 miliardi del 2006.

Di questi la maggior parte è concentrata in Europa, come evidenzia il Global Sustainable Investment Alliance (Gsia), che raggruppa i principali Forum internazionali sulla finanza sostenibile, per il quale nel Vecchio Continente un dollaro su due investiti va in imprese green o socialmente responsabili.

A essere più sensibili a questo tipo di allocation, per ora, sono le donne e i giovani millennials. A scattare la fotografia è stata Morgan Stanley con la ricerca Sustainable Signals, dove si legge che l’84% dei 20-30enni e il 76% delle donne intervistate è interessato agli investimenti socialmente sostenibili, contro solo il 23% degli uomini.

Una crescita del 12% in due anni.

Due le leve che hanno trainato la crescita della finanza buona.

La prima è stata la crisi finanziaria che ha messo a nudo la vulnerabilità delle economie più sviluppate contribuendo a far maturare tra gli investitori una maggiore attenzione verso i rischi nascosti, la responsabilità delle imprese, le minacce sistemiche e l’assunzione di una prospettiva di lungo periodo.

La seconda, invece, è il cambiamento climatico in atto. Lo sviluppo della sensibilità verso queste tematiche ha fatto da lievito alla torta degli Investimenti Socialmente Responsabili, che tra 2014
e il 2016 sono cresciuti a un tasso del 12%, raggiungendo i 12,04 trilioni di dollari, con una percentuale di investimenti puliti del 53%.

Tra gli operatori c’è chi investe per esclusione tenendosi lontano da imprese che fanno armi, tabacco, pellicce, pornografia, nucleare o che operano nelle fonti fossili di energia. Ma c’è anche chi, come Raiffeisen Capital Management, investe guardando con molta attenzione alla responsabilità sociale delle imprese e quindi anche a come vengono trattati i dipendenti, oppure sceglie di coinvolgere stakeholder e management per guidarli verso politiche di investimento etiche.

Secondo il Gsia gli investimenti che partono dal principio dell’esclusione valgono 15 miliardi di dollari, di cui 11 in Europa. Ma la strategia che è cresciuta di più nel mondo è l’impact investment, quello che sceglie gli investimenti guardando non solo al rendimento ma anche al loro impatto sociale positivo, che è arrivata a 250 miliardi di dollari di asset, mettendo a segno un deciso +146%.

In Europa a distinguersi per questo approccio al mercato sono Paesi come Francia, Gran Bretagna, Olanda, i Paesi scandinavi e la Germania. Ma anche da noi si stanno facendo grandi passi in avanti. Del resto si tratta di una tendenza destinata a proseguire in futuro anche perché, come ha sottolineato Andrea Sironi,Presidente di Borsa Italiana, durante l’Italian Sustainability Day, giornata organizzata lo scorso luglio presso Piazza Affari con l’obiettivo di gettare le basi di un mercato più verde e più rispettoso dei diritti umani: «Incorporare temi ESG nella strategia di crescita aziendale e nel dialogo con gli investitori, attuali e futuri, è parte delle best-practice internazionali e apre nuove opportunità di finanziamento, innovazione e creazione di valore».

Ed è proprio quello che piace pure agli investitori retail confortati dai buoni rendimenti di questa tipologia di asset allocation. Basti dire che l’indice Msci World Sri (che misura l’andamento delle società con un approccio positivo alle problematiche green, sociale e di governance aziendale), negli ultimi sette anni ha sempre performato meglio del tradizionale Msci World, che misura l’andamento delle società a grande e media capitalizzazione del mondo. E siamo solo all’inizio.

ARTICOLO TRATTO DA FinRoad MAGAZINE; settembre 2017

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