L’Istat pubblica i primi risultati del nuovo Censimento Permanente e la fotografia pre-pandemica è netta. Si confermano infatti alcuni trend già individuati nei rapporti Istat precedenti:

  1. La popolazione scende sotto i 60 milioni di qualche anno fa (59.641.488), con le donne che pesano per il 51%. La continua diminuzione delle nascite erode la componente autoctona del Paese; solo l’apporto straniero aiuta a tenere i numeri in equilibrio;
  2. I residenti diminuiscono soprattutto nelle aree meridionali e insulari, risultato di uno spostamento della popolazione in età da lavoro, mentre sono in aumento gli italiani solo in quattro regioni: Lombardia, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Lazio;
  3. Il Paese è sempre più vecchio: diminuiscono le classi di età sotto i 44 anni e aumentano di molto quelle superiori ai 45 anni. Tanto che oggi ci sono 5 anziani per ogni bambino (nel 1951 il rapporto era 1-1 ma solo nel 2011 era 3-1);
  4. L’indice di vecchiaia, rapporto tra la popolazione over 65 e quella under 15, è oggi 180 mentre nel 2011 era 148,7. Se consideriamo che il numero totale di abitanti è più o meno lo stesso del 2011, possiamo capire come la percentuale di anziani salga e quella di giovani scenda;
  5. La Campania è la regione più giovane, la Liguria quella più vecchia. Era già così nel 1951, ma l’età media allora era di 13-14 anni inferiore (oggi è a 45 anni);
  6. Un dato impressionante è il livello di istruzione: si contano 50 tra laureati e diplomati ogni 100 individui sopra i 9 anni. Questo dato ci pone, insieme alla Romania, in fondo alla classifica europea.

Tirando le somme, la fotografia dell’Italia mostra sostanzialmente una popolazione in calo, sempre più anziana e fortemente penalizzata da un livello di istruzione medio-basso. Questo non può che riflettersi sulla produttività del Paese che necessita di azioni di recupero delle forze over 65, tradizionalmente ascritte nella fascia di popolazione in riposo pensionistico ma che oggi arrivano all’età pensionabile mediamente ancora in buono stato di salute fisica e mentale, e un esercizio di formazione almeno informale, attraverso training professionali, aggiornamento e approfondimento di tematiche contemporanee utili a mantenersi competitivi nel mercato del lavoro qualificato.

La pandemia quest’anno e nel 2021 ridurrà ancora la popolazione – si prevedono infatti almeno 700.000 individui in meno nel 2020 – e una contestuale ulteriore riduzione dei nuovi nati che gli esperti stimano in 10.000 bambini in meno di quanto già ci si aspetti secondi i trend in atto; per il 2021, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano stima che i nuovi nati scenderanno addirittura sotto i 400.000 (nel 2019 sono stati 420.000).

Al di là dell’evidente necessità di tutelare gli anziani davanti a una pandemia che sembra prediligere i grandi vecchi e le persone con malattie importanti pregresse, statisticamente più presenti nelle fasce più avanti con gli anni, emerge con chiarezza la necessità che questo Paese assuma una visione del suo futuro e decida di far valere le proprie peculiarità.
Anziani non vuol dire persone necessariamente improduttive, tanto più quando, in assenza di minacce pandemiche, la terza età ha dimostrato di poter contare su uno stato generale di benessere, fisico-mentale e finanziario del tutto inedito,
Non a caso, la Germania, che come noi conta moltissimi anziani, sta creando quello che gli esperti chiamano la Senior Valley a Chemnitz, dove gli over 65 sono il 50% della popolazione, ospitando startup che hanno intenzione e necessità di sperimentare prodotti e servizi per la longevità.

a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Gabriella Clare Marino on Unsplash

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