L’ultima volta che il mondo è stato rivoltato come un calzino da un cambiamento epocale con effetto, come si dice oggi, disruptive, è stato con la rivoluzione industriale cha ha spopolato le campagne, smembrato le famiglie e, insieme all’illuminazione elettrica, ha profondamente modificato i ritmi di vita e di sonno delle persone, con effetti permanenti. Fino ad allora le persone adottavano il modello naturale di sonno cosiddetto bifasico: andavano a letto al tramonto, si svegliavano verso mezzanotte e stavano svegli un paio d’ore – chi visitando i vicini, chi occupandosi di qualche piccola faccenda domestica, chi chiacchierando con il compagno di letto e chi dedicandogli altre attenzioni perché i medici consigliavano di concentrare l’attività sessuale in quel paio d’ore per garantire il concepimento – e poi tornavano a letto fino all’alba.
Ma le industrie per funzionare dovevano razionalizzare i tempi di produzione e di lavoro, quindi anche la vita delle persone. Così ancora oggi, chi naturalmente si sveglia in piena notte e non riesce a dormire per un paio d’ore si danna l’anima cercando una cura per l’insonnia.

Secondo McKinsey nel suo rapporto The Next Normal, la rivoluzione che stiamo affrontando e di cui il 2021 sarà l’anno rivelatore, cerniera tra un prima e un dopo Covid, avrà un impatto infinitamente maggiore della rivoluzione industriale, perché all’innesto c’è un crocevia di innovazioni che, associandosi, producono effetti potenziati. Gli ingredienti di base sono gli stessi che già anni prima il McKinsey Global Institute aveva individuato come i megatrend.

Accelerazione tecnologica

Potenza computazionale e connettività, ovviamente, ma soprattutto i big data. Senza ancora sapere come intelligenza artificiale e automazione cambieranno le nostre vite in termini occupazionali e di ruolo sociale, la velocità con la quale nascono, crescono e dominano piccole start-up innovative rispetto alle vecchie industrie è già un fattore di rilettura del mondo, della fatica e del fare impresa. Ancor più dopo la pandemia e nonostante la crisi.

Durante le contrazioni economiche precedenti si osservava una diminuzione delle piccole imprese. Adesso, nonostante molte di esse abbiano dovuto chiudere i battenti a causa della pandemia, accade l’opposto: nell’ultimo trimestre 2020 ci sono state richieste di registrazione per 1.5 milioni di nuove imprese negli USA, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2019. L’accelerazione digitale imposta dai vari lock-down ha infatti permesso a piccoli imprenditori di avviare il loro business con investimenti molto contenuti.

Nell’Unione Europea il fenomeno non è stato così impattante come negli USA, forse perché le politiche di emergenza hanno mirato, qui, più a proteggere il posto di lavoro che il reddito. Ciò nonostante, la Francia ha battezzato 84.000 nuove imprese in Ottobre del 2020, il 20% in più rispetto allo stesso mese del 2019. In Germania l’aumento è stato del 30%. In Inghilterra il terzo trimestre del 2020 ha registrato il 30% in più rispetto allo stesso trimestre del 2019.

Il motore dell’accelerazione è nella digitalizzazione che permette di contattare i propri clienti senza necessità di presenza fisica e di offrire lavoro senza dover disporre di uffici fisici. Una rivoluzione per i costi d’impresa come li abbiamo conosciuti finora. Ci si sarebbe arrivati comunque, ma chissà quanti anni ci sarebbero voluti se il Covid non avesse imposto il cambiamento in tempi così rapidi.

Naturalmente nessuno si aspetta che il livello di lavoro a distanza e il volume di acquisti online rimangano gli stessi. Stanno già diminuendo da quando la vaccinazione di massa ha permesso il rientro negli uffici e nei negozi. Ma la realtà sarà sempre più multipla e sfaccettata: la distribuzione sarà sempre più multicanale, assecondando le aspettative dei consumatori di incontrare le proprie marche dove meglio gli convenga. E il lavoro si svolgerà sempre più in modalità ibrida, almeno per le categorie nelle quali è possibile: in parte nei locali dell’azienda, per svolgere compiti precisi che richiedano la presenza fisica, in parte a distanza. Il McKinsey Global Institute stima che oltre il 20% della forza lavoro globale impiegata in settori come finanza, assicurazioni e informatica lavorerà prevalentemente a distanza. Ciò sta già portando a rivedere il ruolo degli uffici, sia nel senso di proprietà immobiliari e affitti, sia nel senso di disegno degli interni per conciliare produttività e sicurezza.

Il sistema sanitario

Il settore che più beneficerà dell’opzione digitale è sicuramente la medicina, che vedrà un aumento esponenziale della telemedicina, preservando gli ospedali da un affollamento spesso non necessario. Secondo l’amministratore delegato del Cincinnati Children’s Hospital Medical Center, che nel luglio 2020 ha avuto una media settimanale di 5.000 visite online, la telemedicina potrebbe coprire il 30% di tutte le visite mediche in futuro. In Giappone le istituzioni che offrivano la medicina a distanza nel 2018 erano un migliaio, nel luglio 2020 erano 16.000.

Ma la digitalizzazione non è l’unico cambiamento importante in ambito sanitario. La produzione dei nuovi vaccini con sistema RNA messaggero e soprattutto l’accelerazione nell’iter di realizzazione/clinical/autorizzazione hanno aperto, anzi, spalancato le porte alla Bio Revolution, l’incrocio tra biologia e tecnologia. E non solo, nel settore dei vaccini contro i virus o dell’anti-aging, che pure sta macinando tappe su tappe in una corsa forsennata al controllo dell’invecchiamento. Le tecnologie di modificazione genetica potrebbe cancellar la malaria che ogni anno uccide 250 mila persone e le terapie cellulari possono rappresentare il futuro per la sostituzione di tessuti danneggiati. E forse presto esisteranno vaccini contro il cancro basati sulla tecnologia mRNA.

Formazione e lavoro

Ma tutta questa tecnologia (bigdata, intelligenza artificiale, robotica, automazione, ecc.) richiede con urgenza di adeguare le competenze disponibili sul mercato. Nel 2018 il World Economic Forum aveva stimato che più della metà dei lavoratori avrebbe avuto bisogno di un significativo aggiornamento delle proprie competenze entro il 2022. Con questa accelerazione tecnologica le dimensioni del fenomeno aumentano. Per fortuna, le evidenze mostrano che i benefici di un aggiornamento della propria forza lavoro superano i costi, rispetto all’opzione avversa di lasciarli uscire o licenziarli e reclutarne di più aggiornati. Sembra quindi impellente la necessità che le aziende prendano coscienza che quello che possono risparmiare in uffici e costi annessi potrebbero investirlo in programmi di reskilling e che i lavoratori, da parte loro, non hanno altra strada che abbracciare il concetto di lifelong learning.

Tornando al mondo delle imprese, la pandemia ha premiato la resilienza spesso legata al fatto di avere obiettivi di lungo termine e non solo finanziari. Come è il caso di molti family business che hanno dimostrato di tener botta più e meglio delle imprese non familiari. Se la resilienza – intesa come flessibilità e capacità di crescere modificandosi a seconda degli eventi – è diventata un elemento imprescindibile, McKinsey prevede un boom di M&A, fusioni e acquisizioni, alla ricerca del balance perfetto per affrontare nuove possibili emergenze e degli investimenti privati necessari per portare a scala (o in Borsa) realtà imprenditoriali che hanno le carte in regola.

Ma se parte della forza delle imprese familiari, come sostengono tutti i ricercatori in questo campo, deriva proprio dalla componente non finanziaria del loro capitale e dei loro obiettivi, valori condivisi e orizzonti più vasti, si apre allora uno spazio ancora maggiore per il sustainable business. La pandemia ha infatti dato l’idea della magnitudo che potrebbe avere il cambiamento climatico sulle nostre vite, tanto che McKinsey sostiene che, così come le imprese digitali hanno sostenuto i mercati azionari nell’ultimo ventennio, le imprese basate su tecnologie green avranno un ruolo determinante nel ritorno sugli investimenti azionari nei prossimi anni. Questo sarà il business del futuro, tanto da imprimere un’accelerazione anche a quello che si dice stakeholder marketing, cioè la capacità di trovare – e comunicare – un punto di comune interesse tra il business e la comunità nel quale si sviluppa. I consumatori sceglieranno sempre di più in base ai valori che un’impresa incarna di rispetto per l’ambiente in cui viviamo, nel senso ampio: territorio, lavoratori, fornitori, consumatori, comunità.

Nel 2016 McKinsey aveva sottolineato l’importanza dello spostamento dell’egemonia economica da nord-ovest verso sud-est, in particolare Asia, America Latina e Middle East, prevedendo che se nel 2000 il 95% delle più grandi corporation internazionali avevano il proprio head-quarter in una città delle cosiddette economie sviluppate, nel 2025 la metà di loro avrà la sede principale in una economia emergente. Ma anche sulla geografia economica la pandemia ha detto la sua.

Se gli head-quarter si sposteranno in oriente, alcune forniture, fasi di produzione o assemblaggi di aziende dell’occidente potrebbero riavvicinarsi a casa. La riduzione dei costi d’impresa dovuta alla digitalizzazione sta infatti riducendo la competitività delle produzioni allocate nei paesi in via di sviluppo. A ciò McKinsey associa la percezione del rischio, verificatasi durante la pandemia, rappresentato da quegli anelli della propria supply chain territorialmente fuori dalla portata del controllo dell’azienda. Tanto da stimare che le due cose messe insieme potrebbero avere effetti importanti su almeno un quarto dell’export mondiale entro il 2025, pari a un giro d’affari di circa 4.500 milioni di dollari.

Demografia e longevità

Ultimo, ma non ultimo, il tema della longevità e della contrazione demografica, già enunciato nell’edizione del 2016 oggi di ancora maggior interesse a livello globale. I due fenomeni sono distinti ma anche in questo caso, sommandosi, producono un effetto potenziato di invecchiamento della popolazione. Risultato: non ci sono più giovani e la popolazione oltre a contrarsi ha capelli bianchi.

Anche qui la pandemia ha esasperato il tema segnando una maggiore denatalità nell’anno del Covid 19 quasi dappertutto. Se la UE prevede che per il 2060 la popolazione tedesca sarà diminuita di un quinto e quella europea in età lavorativa scenderà da 54 milioni nel 2010 a 36 milioni, la Cina per la prima volta deve pensare a come incentivare le coppie a fare il terzo figlio dopo aver imposto per decenni la politica del figlio unico. Persino la Thailandia è passata da un tasso di fertilità medio di 5 bambini per donna nel 1970 a 1.4 oggi. E l’Italia fa ancora peggio con 1.2.

In compenso gli over 60 nel mondo sono stimati superare i 2 miliardi per il 2050. Erano meno di un milione nel 2017. Chi si occuperà di tanti anziani sempre più longevi. Una domanda che riguarda le famiglie con sempre meno figli ma anche gli Stati e i loro sistemi previdenziali e sanitari.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Museums Victoria on Unsplash

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