Per definire la finanza etica possiamo riprendere la definizione del Rapporto Bruntland come “l’insieme di attività, prodotti e servizi finanziari, “sostenibili, cioè che consentono alle generazioni presenti di soddisfare i propri bisogni, senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Non fare danno quindi e, se possibile, fare bene.

Lo sforzo comunitario europeo di definire i criteri di valutazione di questo bene attraverso l’acronimo ESG – di cui la E di environment (ambiente) è stata ampiamente sviscerata e codificata per ovvi motivi di urgenza – segnala l’importanza di una finanza che generi un valore in più oltre il denaro, prescindendo da tutto ciò che invece produce/promuove un disvalore, oltre a dare un rendimento o uno sviluppo economico. Da questo sforzo della UE è nata la tassonomia delle attività ammissibili nel concetto di finanza sostenibile (da cui il riconoscimento, onesto, che buona parte della finanza invece non lo è).

Finanza sostenibile: quanto pesa l’incertezza globale sui criteri da applicare

Stavamo aspettando di sapere come l’UE avrebbe codificato la S di ESG, la componente relativa all’impatto sociale, che è arrivato un primo scossone: la contingenza gravissima di una guerra alle porte e l’inflazione causata dai prezzi dell’energia ha promosso un lavorio lobbistico per far entrare gas ed energia nucleare tra le attività cosiddette sostenibili. Se le necessità di pragmatismo di questa terribile congiuntura sono ovvie, è pure vero che le aziende che producono e sfruttano gas e energia nucleare avrebbero potuto assecondarle continuando, come hanno sempre fatto, a rivolgersi al mercato tradizionale, senza pretendere una revisione così profonda dei criteri di sostenibilità. Ben oltre le perplessità circa lo smaltimento delle scorie e la sicurezza delle centrali, molti esperti sostengono l’energia nucleare come sistema pulito di creare energia. Ma l’uranio che serve alle centrali è una risorsa finita, cioè non rinnovabile – osserva il rapporto – e il suo esaurimento impedirebbe a chi verrà dopo di noi di farci conto per altri utilizzi.

Questa specie di “deviazione interpretativa” rischia di minare lo sforzo a monte della creazione dei criteri ESG. Ogni volta che si allargano le maglie di un criterio di ammissibilità si toglie un po’ di valore a chi quel criterio l’ha rispettato fino in fondo e si tende a equiparare chi ha fatto bene a chi, al massimo, non ha fatto male.

È quello che il 5° rapporto europeo sulla finanza etica teme stia per succedere anche con il lavoro di codifica e misurazione del secondo paletto ESG sull’impatto sociale, sottolineando come le proposte di Social Taxonomy viste finora tendano ad escludere dalle attività sostenibili solamente violazioni di livello molto alto di norme sociali. Per esempio non si fa cenno alla speculazione. Vuol dire, spiega il rapporto, che un bond green che facesse uso di vendite allo scoperto, chiaramente speculative, potrebbe fregiarsi della definizione di attività sostenibile.

Cosa escluderebbe allora la tassonomia sociale? Pratiche contrarie a 3 ambiti principali: lavoro dignitoso, standard di vita e benessere adeguati, società e comunità inclusive e sostenibili. NO quindi al lavoro forzato o al lavoro minorile, ma niente di più su altri diritti dei lavoratori, come la sicurezza e un’equa remunerazione. Tutto quanto riguarda però la mission, la governance, il territorio, la creazione e condivisione di ecosistemi sostenibili verrebbe ignorato. Realpolitik? Probabile. Tanto che non parrebbe nemmeno possibile estendere i criteri ESG alla valutazione degli Stati e quindi dei rispettivi bond governativi.

È difficile regolamentare la sostenibilità, conciliando ambizioni e realtà, presente e futuro, tanto più alla vigilia di una nuova recessione. La crisi contingente può rallentare il lavoro dell’Unione sul tema e magari forzare qualche maglia, ma sarebbe devastante proseguire nella direzione di un indebolimento dei criteri di vita sostenibile mentre è ancora chiaro il ricordo di una estate climaticamente insostenibile iniziata con lo scoppio di una guerra europea.

Cosa possiamo fare noi? Scegliere. È il nostro grande potere. Scegliere che il modo in cui investiamo il nostro denaro non si limiti a garantire l’integrità del patrimonio e, quando le cose vanno bene, un rendimento, ma sia l’estensione attiva dei nostri valori nel mondo reale.

Testo a cura di Emanuela Notari

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