La “zona di resistenza” a novembre 2019 si è rivelata un ostacolo (ancora) troppo alto per i mercati azionari dei paesi emergenti, così che l’indice MSCI Emerging Market ha praticamente segnato il passo, anche se gli indici di diversi Paesi emergenti, espressi in valuta locale, sono nuovamente saliti.
Il quadro degli indicatori economici è stato lievemente più incoraggiante, confermando la tendenza alla stabilizzazione dell’economia globale. Tuttavia, il quadro generale è cambiato molto poco nelle ultime quattro o cinque settimane. Di conseguenza, la nostra visione rimane invariata: attualmente, le speranze e la liquidità delle banche centrali sono le principali forze trainanti dei corsi azionari e potrebbero anche spingerli ulteriormente verso l’alto. Resterà da vedere se la ripresa significativa e continua dell’economia globale e degli utili aziendali nei Mercati Emergenti, su cui puntano attualmente i mercati, si concretizzerà effettivamente l’anno prossimo.

Mercati emergenti: le banche centrali sostengono le Borse

Negli Stati Uniti la liquidità della banca centrale e i riacquisti di azioni proprie delle società (incoraggiati ancora di più grazie alla prima) continuano a pesare molto di più dei deflussi netti di capitale che si osservano da tempo e delle valutazioni azionarie in parte molto ambiziose. Nei paesi emergenti (e in Europa), questi fattori di sostegno non esistono affatto o ci sono in misura molto limitata. Da questo punto di vista, si potrebbe anche ipotizzare che la sovra-performance delle azioni USA cambierà probabilmente solo quando le società americane avranno esaurito i soldi per riacquistare le proprie azioni o la banca centrale limiterà di nuovo sensibilmente l’offerta di liquidità.
Naturalmente, i riacquisti di azioni proprie non sono di per sé negativi. Tuttavia, in passato hanno in genere distrutto piuttosto valore per gli azionisti invece di crearlo, perché spesso sono stati fatti senza tener conto dell’attuale valutazione della società e inoltre in molti casi hanno indebolito la struttura del capitale nel lungo periodo. Vi sono sufficienti indicazioni per presumere che al momento sia così anche per gran parte dei riacquisti di azioni USA. Da questo punto di vista, la continua sottoperformance rispetto agli USA nel lungo periodo potrebbe rivelarsi una benedizione per i paesi emergenti, sempre che rispecchi meno allocazioni sbagliate delle risorse.

Mercati emergenti: aumentano i default delle aziende cinesi e cresce lo stress sulle banche

Purtroppo, l’eccessivo riacquisto di azioni proprie a (quasi) qualsiasi prezzo non è ovviamente l’unico modo per investire in modo sbagliato il capitale. Ciò potrebbe ancora venir dimostrato a sufficienza in Cina (ma non solo) nei prossimi mesi e anni. Tuttavia, le risorse finanziarie della Cina dovrebbero per ora bastare per salvare, se necessario, le grandi aziende e le banche importanti. Non bisogna quindi sopravvalutare l’aumento dei default obbligazionari dei debitori cinesi e i problemi di diverse banche cinesi, per lo più piccole. Per alcuni osservatori questi sono i precursori di un presunto collasso inevitabile del sistema finanziario cinese e il risultato della “crescita a tutti i costi”. Ma alla fine anche gli USA sono sopravvissuti economicamente alla crisi dei subprime, così come (almeno finora) allo spreco di enormi somme di denaro in innumerevoli guerre negli ultimi sei decenni.
Il rallentamento della crescita in Cina è dovuto non da ultimo al fatto che Pechino ha affrontato attivamente il crescente problema dell’indebitamento. Al momento non è ancora possibile dire se ciò è stato fatto in tempo o se è già troppo tardi. In ogni caso, dal punto di vista dell’investitore sembra più utile concentrarsi su come il capitale viene utilizzato in Cina adesso e in futuro, piuttosto che su ciò che potrebbe essere andato storto nell’ultimo decennio.

Diritto d’autore: unsplash-logoKrissana Porto

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