Negli ultimi 150 anni abbiamo assistito a uno dei più grandi successi dell’umanità. Nel 1870 l’aspettativa media di vita a livello globale era di 30 anni, oggi di è di 73 (88 in Itali,a ndr), in continua crescita (Deaton 2015). Inoltre, la quota di vita vissuta liberi da fragilità o malattie è rimasta generalmente immutata, con il risultato che buona parte di questa durata extra della vita la passiamo in buona salute.
Le implicazioni per gli individui sono profonde. Nel 1960 mediamente un neonato cinese aveva il 27% di possibilità di arrivare a 65 anni; oggi ne avrà circa l’83%, dato tra l’altro in crescita. Nel mondo, quindi, la gente ha mediamente un’aspettativa di vita più lunga e più sana rispetto alle generazioni passate.

La nuova frontiera dell’invecchiamento

Se per gli individui questa è una buona notizia, a livello aggregato l’invecchiamento della popolazione preoccupa. Nel 1965 al mondo c’erano 129 milioni di persone over 65; oggi sono quasi 750 milioni e le stime parlano di 2,5 miliardi entro il 2100.
Il timore è che questo fenomeno, associato alla diminuzione della popolazione in età da lavoro, indebolisca la crescita economica e che il carico fiscale generalmente aumenti a causa dell’aumentare delle spese pensionistiche e di assistenza sanitaria.

L’immagine sotto mostra come è cambiata la struttura della popolazione globale. L’asse verticale mostra la popolazione mondiale divisa per età, l’asse orizzontale la divide invece per sesso, tra uomini e donne.

L’asse orizzontale mostra uno straordinario aumento della quota di over 65. Dal 5% della popolazione totale nel 1950, al 9% di oggi (in Italia siamo già al 23%, ndr), ma le stime già parlano di un 23% della popolazione mondiale entro il 2100.

Questo enorme fenomeno demografico sarà sostenibile solo con un profondo cambiamento delle politiche sociali, delle istituzioni e delle pratiche condivise.

L’asse verticale però racconta auna storia diversa, mettendo in evidenza non tanto l’invecchiamento della popolazione quanto la longevità, cioè non tanto il numero di anziani quanto l’aspettativa di vita. Da questo punto di vista, i bambini nati oggi hanno molto più tempo davanti rispetto alle generazioni passate. La probabilità di arrivare in tarda età è aumentata e allo stesso tempo è salito ulteriormente verso l’alto il culmine della piramide che indica il traguardo di longevità.

A una longevità così inedita deve corrispondere, secondo la Professoressa Laura Carstensen di Stanford, una “nuova mappa della vita”.
L’allungamento della vita implica uno slittamento delle fasi tipiche dello sviluppo umano: studi, matrimonio, nascita dei figli, ma cambia anche la durata della vita lavorativa e come passiamo non solo la terza età ma anche la giovinezza e la mezza età (Gratton and Scott 2016). In questa prospettiva, la domanda di fondo non è tanto come affrontare l’invecchiamento della società, quanto come ristrutturare i comportamenti per ottenere il meglio da una longevità così inedita. Grazie al cielo l’ertà è anche diventato più malleabile. L’alimentazione, la scolarizzazione, le modifiche dei comportamenti, la sanità pubblica, un ambiente di vita e di lavoro più salubre e il progresso medico-scientifico influiscono sul ritmo al quale invecchiamo.
Di fatto, la lettura di una serie di indicatori (incidenza di malattie, tasso di mortalità, funzionalità cognitiva, forza fisica) indicano che in effetti non siamo più vecchi quanto piuttosto invecchiamo  più lentamente.

Questa elasticità chiama in campo una distinzione tra età cronologica (quanti anni sono passati dalla nostra nascita) ed età biologica (quanto siamo sani e in salute). La sola accezione cronologica del termine vecchio produce una narrativa dell’invecchiamento che non tiene conto del fatto che si invecchia meglio né alcuni cambiamenti strutturali del corso della vita. Il risultato è una lettura solo negativa dell’invecchiamento della società: più anziani bisognosi di cure e sostegno, perdendo di vista le opportunità che potrebbero scaturire da una vita più lunga, più sana e più produttiva.

Longevity economy: miti da sfatare

Ci sono quindi due forze contrapposte: una società che invecchia, come conseguenza di una diversa struttura demografica (più anziani e meno bambini), e una longevità inedita, frutto dei miglioramenti del modo in cui invecchiamo. Guardare a questa rivoluzione demografica solo attraverso le lenti dell’invecchiamento generalizzato rischia di far perdere il senso più ampio della storia.

  1. Invecchiamento cronologico: nel secolo scorso abbiamo privilegiato una lettura fortemente cronologica della vita scaturita da una più efficace e attendibile registrazione di nascite e decessi a livello delle amministrazioni locali. L’apoteosi di questa misurazione strettamente cronologica è stata la definizione dell’invecchiamento a partire dai 65 anni, consacrata nel tasso di dipendenza degli anziani (percentuale di over 65 sul totale delle popolazione). In realtà l’elasticità del concetto di età richiede una distinzione tra la sua misurazione cronologica e quella biologica, che si tradurrebbe in un minore incremento degli anziani nella nostra società.
  1. Invecchiamento globale: nell’ultimo ventennio l’età media in Francia, UK e USA è aumentata, per contro la mortalità media (in termini di numero di decessi per migliaia di cittadini) è diminuita. Più è basso il tasso di mortalità, più lunga l’aspettativa di vita. Se misuriamo l’età in termini di anni dalla nascita, i cittadini di questi tre paesi sono diventati più vecchi, ma se pensiamo alla vecchiaia invece in termini di prossimità alla morte, queste nazioni sono in qualche modo più giovani e hanno a disposizione un orizzonte più ampio. Niente che corrisponda all’idea suggerita dal termine invecchiamento della popolazione.
  1. Il ruolo di apripista del Giappone: il Giappone ha l’aspettativa di vita più alta al mondo e spesso lo si considera precursore e leader dell’invecchiamento della società globale. Dal Giappone arriva l’aumento più alto dell’aspettativa di vita ma anche il maggior declino di natalità dal 1950 tra i paesi G7. Di conseguenza l’effetto di invecchiamento della società è più evidente in Giappone che negli altri paesi del G7. L’equilibrio tra gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione e i benefici di una maggiore longevità cambia tra i paesi, così come cambia anche l’impatto sulla crescita economica e sulle politiche richieste.
  1. L’invecchiamento riguarda solo i paesi ricchi: l’età media più bassa nei paesi a basso reddito fa spesso presumere che l’invecchiamento della popolazione sia un problema dei paesi ricchi. Tuttavia, secondo le stime anche queste nazioni oggi più giovani invecchieranno nei prossimi anni. I paesi devono sostenere i quindicenni di oggi affinché quando avranno 65 anni, nel 2070, possano invecchiare in buone condizioni. L’invecchiamento non inizia a 65 anni e i governi dovrebbero riconoscerlo mettendo in atto politiche di sostegno agli anziani, sia oggi che in prospettiva futura.

Politiche per la Longevity economy

L’agenda della longevità deve tenere conto di tutto il corso della vita e aiutare le persone a comprendere le opportunità di una vita più lunga. L’agenda è fitta e copre tutti gli aspetti della vita, ma l’impiego, la scolarizzazione e la salute sono aree centrali di attenzione e quelle in cui i governi hanno un ruolo chiave.

I lavoratori senior È cruciale trovare modi per aiutare i lavoratori senior a rimanere produttivi, cioè a continuare a lavorare. Questo tema non riguarda solo l’età della pensione considerato che l’uscita dal lavoro inizia spesso a 50 anni e in molti casi è involontaria. Tra il 2008 e il 2018 gli over 55 hanno pesato per il 79% della crescita di impiego dei paesi dell’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) e per il 107% nei paesi G7. I driver più importanti di variazione nell’occupazione di lavoratori senior non sono tanto il numero di anziani, quanto le modificazioni della probabilità di lavoro. Le politiche che promuovono una maggiore partecipazione all’impiego dei lavoratori senior dipendono dalla generosità e dalla disponibilità di piani pensione, dal sostegno medico e la tipologia di lavori offerti dal settore industriale. L’uso della robotica e dell’intelligenza artificiale dovrebbe porsi l’obiettivo anche di sostenere l’impiego all’interno delle fasce più senior di lavoratori. Spesso questi tendono a prendere in esame forme di impiego flessibili o part-time anche a fronte di remunerazioni più basse – una cosa che Giappone e Singapore hanno sperimentato.

Sostener i lavoratori senior richiede anche l’individuazione e la progressiva demolizione di pregiudizi spesso sottotraccia all’interno delle aziende che rendono difficile per un lavoratore senior ottenere un nuovo impiego, quando non lo espongono direttamente a maggiori probabilità di licenziamento. I Governi devono essere proattivi estendendo i diritti delle disabilità e i provvedimenti a favore della diversità per proteggere i lavoratori senior.

Vite più lunghe e più produttive Una vita più lunga richiede una maggiore attenzione al cosiddetto lifelong learning, cioè alla formazione duratura. L’attuale modello di scolarizzazione è ancora basato sulle tre fasi “studi, guadagno, pensione”. Tuttavia la longevità e i cambiamenti indotti dalla tecnologia porteranno a un maggior bisogno di formazione degli adulti e richiederanno una revisione del sistema scolastico/educativo. Carriere più lunghe richiederanno più flessibilità per i lavoratori di tutte le età. Permessi per training, per necessità familiari (dai bambini piccoli agli anziani di famiglia), per una ri-orientazione e ri-focalizzazione della professionalità degli individui; a vite multifase dovranno corrispondere forme di lavoro più flessibili.

L’importanza di invecchiare bene L’aumentare dell’età porta a malattie difficilmente comunicabili, come problemi di cuore, tumori, diabete e demenza. Nel 2016 queste 4 malattie erano responsabili del 71% dei decessi a livello globale, fino al 78% nei paesi a basso-medio reddito. Questo tipo di malattie sono costose e difficilmente curabili una volta presenti, ragione per la quale – in considerazione dell’invecchiamento della popolazione – l’assistenza sanitaria dovrebbe lavorare sul fronte della prevenzione. Come già accaduto in passato, ciò richiederà la capacità di sensibilizzare la popolazione a una serie di comportamenti virtuosi in termini di attività fisica, alimentazione, impegno e scopo, e nuove tecnologie di monitoraggio e prevenzione derivate dall’impiego di big data e intelligenza artificiale.
La causa principale di molte malattie è l’età stessa. Perciò si dovrà ampliare il terreno di applicazione di processi di rallentamento dell’invecchiamento, anche al di fuori dell’ambito oncologico (Ellison, Sinclair, and Scott 2020). Esiste un massiccio programma di ricerca sui driver dell’invecchiamento e sullo sviluppo di trattamenti specifici che, se efficaci, potrebbero portare a un’ulteriore aumento della malleabilità dell’età (Sinclair 2019).

Sostenere la diversità La malleabilità dell’età significa che esistono tanti modi diversi di invecchiare. Con milioni e milioni di over 65 attorno a noi, la cosa sarà sempre più evidente ed entrerà sempre più in contraddizione con politiche rigide che si basano su una interpretazione cronologica dell’età, come l’aumento generalizzato dell’età pensionabile. I Governi devono offrire politiche di sostegno a coloro che non possono continuare a lavorare e offrire incentivi a chi sarebbe disposto a proseguire. Come succede con altre fasce di età, i Governi dovrebbero riconoscere che l’età cronologica è un indicatore debole dei bisogni e delle capacità delle persone e che si rendono necessarie politiche più flessibili che prospettino opzioni diverse a seconda delle circostanze.

La misura della Longevità

Da tempo si discute di una forma diversa di misurazione del benessere rispetto al PIL. Un’alternativa potrebbe essere l’aspettativa di vita sana, tanto più che questo indicatore non dipende solo dal reddito e dall’occupazione, ma anche da altri fattori sociali come l’equità o la disuguaglianza nell’ambiente sociale di riferimento. L’indicatore della longevità coinvolge di fatto ambiti diversi. A questo scopo, enti specificamente dedicati alla longevità come quello creato dal governo giapponese, Japan Council for Designing 100 years life, potrebbero aiutare a monitorare i progressi e migliorare il coordinamento tra dipartimenti diversi dei governi.
Il modo in cui invecchiamo sta cambiando, scalzando l’affermazione del filosofo francese del IXX secolo Auguste Comte che la demografia è un destino. Gli individui stanno vivendo vite più lunghe e più sane e questa dovrebbe essere una buona notizia per le persone e per l’economia. L’obiettivo adesso è disegnare politiche che permettano di massimizzare il numero di persone di tutte le età che beneficeranno di questa longevità inedita, aumentando al contempo la produttività a misura di una vita più lunga.

Andrew Scott è professore di Economia alla London Business School e co-fondatore del Longevity Forum. Con Lynda Gratton ha scritto “The 100 years life: living and working in an age of longevity”.

Diritto d’autore: Marisa Howenstine on Unsplash

 

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