La Great Resignation, ovvero la Grande Dimissione, termine utilizzato da Anthony Klotz, docente di Management alla Mays Business School del Texas, per definire la tendenza post pandemica che ha portato a migliaia di licenziamenti volontari post pandemia è un fenomeno globale e non riguarda solo i giovani.

In America oltre 20 milioni di persone, secondo il ministero del lavoro statunitense, hanno smesso di lavorare e non hanno cercato di trovare altre opportunità. Anche in Europa sta accadendo la stessa cosa. La Germania è il Paese dove ci sono state più dimissioni volontarie, ma anche in Italia il fenomeno è in aumento e riguarda soprattutto gli under 40.

Un giovane lavoratore italiano su quattro tra i 26 e i 35 anni, ha deciso di lasciare il lavoro secondo l’indagine su un campione di circa 600 aziende elaborate dal Centro Ricerche Aidp. La ragione? Cercano un nuovo stile di vita, confidano in una ripresa del mercato del lavoro e cercano condizioni economiche più favorevoli che consentano un maggior equilibrio tra vita privata e lavoro.

La flessibilità, oggi, è al primo post sul posto di lavoro. I modelli di organizzazione del lavoro pre pandemia non piacciono più e questo pone le aziende di fronte a un cambiamento strutturale a a nuovi modelli gestionali. Il lavoro è diventato ibrido tra home working e ritorno in ufficio. Apple, per esempio, ha posticipato a tempo indeterminato il previsto ritorno in ufficio per il 1 febbraio 2022, e deciso di far rientrare i lavoratori in ufficio tre giorni a settimana: lunedì, martedì e giovedì.

Accanto al bisogno di flessibilità, per le giovani generazioni il lavoro ibrido è anche un’occasione per contenere l’inquinamento del Pianeta. Meno spostamenti, in auto o con i mezzi, significano meno emissioni di Co2. Secondo i calcoli del World Economic Forum (WEF) almeno il 40% delle persone che lavorano a livello globale possono tranquillamente svolgere la stessa attività da remoto.

Nascono così formule diverse di gestione del lavoro ibrido. Vediamo quali sono le più utilizzate secondo un’analisi di Bloomberg Business Week:

  • Due giorni a settimana. Quando l’azienda concede di scegliere, la maggior parte degli impiegati preferisce la formula “due giorni alla settimana in ufficio”. Alcuni preferiscono avere quei giorni uno dopo l’altro, ma la maggior parte separa i giorni.
  • Tre giorni a settimana. I dipendenti a cui piacciono tre giorni alla settimana sono prevalentemente manager molto orientati ai clienti e quelli con lavori molto pesanti. Anche in questo caso c’è chi preferisce concentrare l’impegno su tre giorni consecutivi – meglio dal lunedì al mercoledì – e chi invece spezzetta la settimana.
  • Il lunedì il giorno più produttivo. I lunedì sono diventati per tutti qualsiasi formula scelgano i giorni di lavoro più produttivi da casa on in ufficio. In genere, i dipendenti preferiscono stare in ufficio il lunedì.
  • I venerdì a casa. La pandemia creato un’abitudine settimanale definitiva: iniziare presto il venerdì lavorando da casa in modo da finire presto, per staccarsi per il fine settimana entro il primo pomeriggio.
  • I giorni di ufficio sono più lunghi. Lo sconvolgimento pandemico non ha messo in discussione l’orario di lavoro standard. Chi lavora in ufficio rimane tutto il giorno, ma spesso si anticipa l’entrata e allunga l’orario.
  • I giorni in ufficio non sono fissi. I dipendenti affermano di scegliere i giorni in ufficio in base alle esigenze dell’azienda e allo stile di vita.

Diritto d’autore: Photo by Ian Schneider on Unsplash

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