Nel 1890, quando Otto von Bismarck istituì la previdenza sociale, l’età pensionabile fu fissata a 65 anni che corrispondeva all’aspettativa media di vita dei tedeschi di quell’epoca. Non fu la perfidia a guidare il cancelliere di ferro, ma il pensiero da cui la previdenza sociale è nata: tutelare dal rischio longevità, il rischio cioè di vivere oltre l’aspettativa media. Quindi la pensione è stata concepita come una tutela che lo Stato offriva ai propri concittadini che vivevano più a lungo del previsto entrando così in un’età in cui è più difficile o pesante guadagnarsi la vita con il lavoro.

Oggi andiamo in pensione a 67 anni, 2 anni oltre quel termine, ma l’aspettativa di vita nel frattempo è cresciuta di quasi 20 anni. Visto così è ovvio che qualcosa non funzioni, non almeno in un Paese dove nel frattempo l’indice di natalità è sceso a 1.2 figli per donna.

La pensione negli ultimi 50 ha via via perso il proprio carattere di strumento assicurativo contro l’eccesso di longevità, per assumere quello di una rendita costituita dal capitale di contribuzione obbligatoria del lavoratore, maggiorato di un “tasso di rivalutazione” che esprimeva la generosità dello Stato. Aumentando il numero di anziani, diminuendo le nuove generazioni e allungandosi esponenzialmente l’aspettativa di vita, questa generosità non è più stata praticabile e lo Stato è corso ai ripari cancellando la rivalutazione intestata alla generosità istituzionale. È caduto quel patto intergenerazionale che ha tenuto in piedi il nostro sistema previdenziale per tutti gli anni in cui la popolazione e il Paese erano in crescita. Non si poteva più chiedere ai cittadini in età da lavoro, in numero sempre minore, di mantenere in parte i pensionati, in numero sempre maggiore e per sempre più anni. Quindi, cancellato il tasso di generosità, si è stabilito che a riforme a pieno regime, ognuno metterà da parte per se stesso. Siamo passati dal sistema a ripartizione a quello a capitalizzazione.

Tutto ciò rappresenta una modifica del sistema di gestione del rischio longevità da parte dello Stato che non ha potuto far altro che scaricarlo, in parte, sugli individui: lo Stato continua a garantirti la sopravvivenza, attraverso i risparmi che ti obbliga a mettere da parte per il futuro e integrando il tuo reddito pensionistico fino a una soglia minima di sussistenza qualora fosse inferiore. Il tenore di vita cade sulle tue spalle.

Come possono reagire gli individui per tutelarsi dall’aggravio di rischio? In due modi: prima di tutto attraverso un esercizio di consapevolezza che li porti a fare un corretto business plan della propria vecchiaia, mettendo ordine tra redditi pensionistici, risparmi, rendite e aspettativa di vita reale. Il secondo, spostando sul mercato una parte di quei rischi che adesso sono finiti sulle loro spalle, attraverso polizze assicurative.

Pianificazione redditi e rendite

Il Consulente Finanziario è la persona che può davvero fare la differenza nella pianificazione della longevità del cliente. Come potrebbe sembrare ovvio, il primo passo è valutare correttamente il reddito pensionistico cui il cliente avrà diritto a partire dall’età pensionabile e confrontarlo con il costo del tenore di vita di attuale (o desiderato per il futuro). L’esercizio presenterà un gap di reddito che va colmato attraverso una corretta pianificazione della fase di decumulo del risparmio, ed è proprio qui che la pianificazione della longevità rischia spesso di inciampare.

Non è vero che la vita costa meno con il passare degli anni

L’eventuale diminuzione di consumi di intrattenimento/vacanza/tempo libero/vita scoiale è ampiamente compensata dall’aumento di spese sanitarie e di assistenza. La longevità è infatti una moneta un rovescio indiscutibile: vivere più a lungo comporta inoltrarsi ulteriormente in un’età caratterizzata da maggiore fragilità, cronicizzazione di patologie, co-morbilità.

Una buona pianificazione della longevità non può basarsi sull’aspettativa media di vita

Se oggi si vive mediamente 82,5 anni (80 per gli uomini e 85 per le donne, ben sapendo che per metà secolo saranno già, rispettivamente, quasi 85 e 88), non è corretto valutare l’adeguatezza dei risparmi ad integrazione del reddito pensionistico moltiplicando il gap di reddito di cui sopra per gli anni dalla pensione a 82,5. Il valore aggiunto della consulenza va ben oltre il puro calcolo matematico. Il consulente sa che a fronte di una aspettativa di vita media di 82,5 anni, chi supera gli 80 anni ha buone probabilità di viverne altri 8/9, perché dopo gli 80 si plafonano le occasioni di morte. E’ proprio durante quei 6 anni di longevità extra che si rischia di perdere qualità di vita oppure di erodere il patrimonio che si intendeva lasciare ai discendenti per una pianificazione troppo corta.

Redditi e rendite non hanno lo stesso ruolo nella pianificazione della longevità

I primi, infatti, sono fonti certe ma le seconde, talvolta, non lo sono. È il caso degli affitti, per esempio. Come abbiamo appena visto nell’anno della pandemia che ha svuotato le città e con esse persino gli appartamenti per studenti che erano sembrati fino ad allora un investimento dall’esito certo, una rendita da affitto può sempre venire a mancare, la zona può svalutarsi, la manutenzione straordinaria può ridurre l’impatto del reddito, tanto più in un tempo così pressato dai cambiamenti climatici. La parte core del tenore vita va quindi sostenuta con redditi oppure con rendite davvero certe, come il riscatto in forma di rendita di un piano di accumulo, e la parte prescindibile con rendite di natura meno granitica.

Spostare parte del rischio longevità sul mercato

Il business plan della longevità passa anche per l’esternalizzazione di alcuni rischi, tra quelli che la longevità ci dà chance di governare. È il caso di una rendita extra da una certa data in poi, che abbiamo già visto essere tutelabile attraverso strumenti finanziari a fini assicurativi, come un fondo pensione integrativo o un piano di accumulo. Ma anche di una garanzia che in caso di perdita della propria autonomia, non si debba esaurire il proprio risparmio mettendo a repentaglio il patrimonio o il capitale di chi ci sopravviverà, oppure pesare sulle spalle di figli e familiari, sia in senso fisico che economico. Un modo c’è ed è la polizza Long Term Care, che garantisce una rendita fissa in caso di perdita dell’autonomia. Ciò permetterebbe di provvedere alle spese dell’assistenza continuativa senza far danni al patrimonio o al capitale familiare, togliendo almeno quel peso da chi ci sta vicino.

Per una cifra pari a circa 150 euro mese corrisposta per 15 anni ci si può tutelare con una rendita long term care di 1.500 euro. Il costo di una badante a tempo pieno. Poco meno del costo di una RSA.

Guardando alla vita di chi già sta raggiungendo vette impensate di longevità non si può non ragionare anche sull’opportunità, reddito permettendo, di una polizza sanitaria. È sempre più facile che una visita specialistica o un esame sofisticato richiedano un tempo lungo, troppo lungo per chi ha deciso di proteggere la qualità del proprio invecchiamento. Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese che, a differenza di altri, garantisce a tutti di essere curati, quel che non è più certo è la tempestività della cura. Qui intervengono le compagnie di assicurazione a calmierare il rischio.

La longevità è un lungo viaggio per il quale è opportuno attrezzarsi, facendo la valigia in modo intelligente e assicurandosi contro gli imprevisti. Il consulente è il navigatore.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Markus Spiske on Unsplash

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