Abbiamo messo una gran quantità di energie per decenni nella ricerca della parità tra i generi. A qualcosa certamente è servito se oggi abbiamo un indice di differenza salariale oraria pari al -4% nelle aziende pubbliche e -16% nelle aziende private, in linea con la media Europea (Eurostat).

Ciò nonostante non siamo ancora al risultato ottimale, come si evince dal segno meno che persiste e, più in generale, dall’ultimissimo rapporto sulla parità di genere del World Economic Forum che ci colloca al 63° posto su 146 Paesi, dopo Uganda e Zambia e appena prima della Tanzania, e lontani da Spagna 17esima, Francia 15esima e Germania decima.

Il problema è sicuramente culturale ma anche di mancanza di volontà, se in Spagna e Francia, Paesi non molto diversi da noi, si è potuto fare ben di più. Stringendo sul confronto tra remunerazione del lavoro maschile vs quello femminile, la sensazione è che il lavorio incessante sulla ricerca della parità di salario sia stato un po’ come guardare il dito che indica la luna. Se il salario orario si sta aggiustando in una direzione più equa, il salario annuale va nella direzione opposta con un -43% per le lavoratrici rispetto ai colleghi uomini, il che mette in luce come il problema, più che la parità di retribuzione, sia le condizioni del lavoro femminile: precario, intermittente, part-time, sommerso. Quando c’è, perché il Covid è riuscito a ridurre ulteriormente l’occupazione femminile dal 51% che ci aveva fatto esultare (sigh) al 49%: le donne sono infatti quelle che, insieme ai giovani, hanno perso più occasioni di impiego nel periodo della pandemia e quelle che, tra un lock-down e l’altro, si sono trovate spesso a dover rinunciare a lavorare per occuparsi di figli in DAD e anziani non autosufficienti che nessuno voleva più relegare in una RSA.

Nel post-pandemia il problema della cura dei figli non si è però risolto, con una copertura degli asili largamente insufficiente e l’alternativa, solo per chi può permetterselo, di asili privati molto costosi. La tabella pubblicata dall’Economist (OECD 2020) mostra come l’Italia si stagli sugli altri Paesi per la spesa in capo alle famiglie per la cura dei figli. Non stupisce che il tasso di fertilità sia il più basso d’Europa; fare un figlio è diventato davvero un lusso.

Purtroppo però l’altro lato del compito di cura che spetta naturalmente alle donne nel nostro Paese non offre spunto per considerazioni più ottimistiche, con un’assistenza pubblica agli anziani non autosufficienti che copre solo il 15% del bisogno e un sottobosco di badanti che possono costare anche oltre 2.000 euro al mese. Per fortuna si sta sviluppando un’offerta di servizi di assistenza a domicilio, anche ad opera delle RSA territoriali che aiuterà in parte ad alleviare il peso del caregiving familiare, sia fisico che economico. Gli anziani però devono poter restare a casa il più a lungo possibile, per il loro stesso bene e per quello di uno Stato che non si può permettere di prendere in carico in toto il raddoppio delle non autosufficienze che potrebbe accompagnare il raddoppio degli over 80 previsto per il 2050. Allora perché non cominciamo eliminando il numero chiuso alle specializzazioni di infermieristica, visto che non c’è più sufficiente personale specializzato né per ospedali né per RSA? E magari rivalutiamo una professione che sarà sempre più importante in un Paese che si avvia ad avere un anziano ogni 3 cittadini.

L’effetto di tutte queste incongruenze si legge non solo nel tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro, ma anche e soprattutto nel gap pensionistico che viaggia intorno al -34%, addirittura -40% se si depura dalle pensioni di reversibilità per giudicare la vera autonomia pensionistica delle donne. Autonomia che non c’è, punto. L’assegno pensionistico medio di una donna italiana è 1.040 euro, 831 euro se depurato della componente reversibilità, contro 1.341 euro per gli uomini. Il 12% delle donne non ha diritto a una pensione, quindi vive di quella del marito/compagno se c’è o della pensione sociale. O dell’integrazione al minimo (fino a 780 euro al mese) che viene erogata a 2,5 milioni di donne anziane (il 32% delle donne over 65), più altre 650 mila circa che ricevono la maggiorazione sociale per redditi molto bassi (8% circa). Fa il 40% delle anziane italiane che sono aiutate a raggiungere il reddito pensionistico minimo vitale.

Come vivono queste donne? Se un terzo degli anziani vivono soli, lo fanno ben la metà delle donne over 75, oltre 2,3 milioni di persone, con una prospettiva di longevità in solitudine segnata da fragilità, bisogno di assistenza, spesso ristrettezze economiche. Ma attenzione a farsi l’idea che il problema riguardi solo le classi sociali economicamente precarie. Nel novero delle donne italiane senza pensione o con una pensione insufficiente ci sono anche mogli benestanti che un divorzio tardivo, di quelli che capitano sempre più spesso, travolgerebbe mettendole in condizione di non poter badare a se stesse. La pensione del coniuge cumula e toglie il diritto al coniuge debole: l’integrazione al minimo è preclusa a redditi cumulati di oltre 26.385,84 euro (dati 2019). Così le donne senza un reddito pensionistico vivono letteralmente appoggiandosi al coniuge, senza il quale non sarebbero autonome.

Non c’è dunque niente di buono nell’anzianità femminile? Non proprio. Ricordiamo che il 62% degli over 65 italiani dichiarano di essere soddisfatti della propria situazione economica: risparmi accumulati quando ancora era possibile, patrimoni, redditi pensionistici calcolati con il generoso vecchio sistema retributivo, assenza di debiti e proprietà immobiliari fanno di questa fascia di popolazione la più ricca del Paese. Ma le ricchezze finanziarie, si sa, sono più maschili che femminili. A rischio sono le donne sole, a cominciare da quelle divorziate con figli a carico che lavorano come libere professioniste, senza fondi pensione integrativi e con una carriera previdenziale precaria, senza assicurazioni private e spesso senza proprietà immobiliari.

Quello che tutte possiamo fare è cominciare subito a interrogarci sulle tutele che possiamo avviare in ottica di longevità, con un consulente che ci guidi: fondi pensione integrativi, piani di accumulo, assicurazioni sanitarie e LTC, simulazioni previdenziali e pianificazione di lavori post pensionamento. Ma per aiutare le donne nella sostenibilità della loro longevità, è importante che anche gli uomini giochino il proprio ruolo, coinvolgendole nella pianificazione finanziaria familiare, spronandole a tutelarsi con gli strumenti disponibili e, in caso di coppie informali, facendo il banale gesto di prevedere l’assegnazione della quota disponibile attraverso un testamento, il modo più semplice per proteggere conviventi prive di diritti successori. Vale molto più di un mazzo di fiori, di un week-end in qualche località amena, persino di un gioiello. E non costa niente.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Samuel Regan-Asante on Unsplash

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