Certo, verrà in mente a molti. Perché studiare o lavorare all’estero è cosa per classi sociali che se lo possono permettere scegliendo università ed esperienze di qualità. E poi si impara a parlare fluentemente una lingua… Vero, in parte, ma non solo. C’è di più ed ha a che fare con l’opportunità di aprire una breccia nell’enorme bolla di comfort creata intorno a noi e guardare fuori. E da fuori, guardare dentro.

Un soggiorno all’estero aggiunge qualcosa di più dell’esperienza di qualità che il portafoglio dei genitori può comprare. Anche quando non è un costosissimo MBA negli USA, ma una normalissima esperienza Erasmus o un lavoro stagionale in una pizzeria italiana in Germania. La sostanza di questo valore aggiunto è l’autodeterminazione, non nel senso del libero arbitrio ma piuttosto la definizione del proprio punto nave: dove ci si trova rispetto al proprio intorno. Da giovani è raro che ci si definisca, un po’ perché si è in continuo mutamento, un po’ perché l’unica cosa che ci definisce è il gruppo di appartenenza, rispetto al quale ci si omologa. Tanto che la sofferenza post Covid dei ragazzi che affollano i centri di salute mentale sembra proprio il risultato dell’impossibilità, durante la pandemia, di riflettersi nei propri fratelli gemelli che costituiscono il gruppo, attraverso la cui immagine rafforzare la propria certezza di essere.

In realtà, ciò che regala un’esperienza estera è una maggiore percezione di sé attraverso il meccanismo opposto; il confronto con cose – lingua, cibo, usanze – diverse da ciò che si è, ci porta a percepirci con maggior chiarezza. E questa cosa davvero prescinde dalla qualità dell’esperienza, nel senso che non ha un prezzo, se non quello di rinunciare alla propria zona di comfort.
Ma forse, si potrebbe dire, questa maggiore chiarezza di sé è nel manico, cioè è propria, già in partenza, di chi decide di rinunciare alle proprie consuetudini per lanciarsi in un’esperienza dell’altrove. Se lo sono chiesti anche i ricercatori e per rispondersi hanno verificato i parametri della cosiddetta percezione di sé in due gruppi: uno di persone che avevano avuto un’esperienza estera e uno di persone che avevano dato la propria disponibilità per un’esperienza estera ma non l’avevano ancora maturata. Il risultato conferma che la maggior chiarezza di sé riguarda ancora una volta il gruppo di chi ha fatto un’esperienza in qualche altro paese, quindi non è insita in chi è disponibile a uscire dalla propria zona di comfort. E non dipende dal numero di esperienze estere che si sono avute, ma piuttosto dalla durata dell’esperienza singola.

Ma come si verifica la percezione di sé? Per esempio chiedendo a una persona di dare una valutazione di sé e confrontandola poi con la valutazione che ne hanno dato colleghi o compagni di scuola. Quindi vuol dire sapere chi si è, ma anche sapersi raccontare coerentemente agli altri.
Il che porta a un ulteriore passo affrontato dalle ricerche sul tema: chi ha fatto una esperienza all’estero tende ad avere una carriera di maggiore soddisfazione, centrando le scelte di transizione, che sono quelle che determinano il cammino, e prendendo direzioni che sono più coerenti con i propri valori e aspettative.

Secondo una ricerca condotta da IES – società no profit americana che organizza viaggi di studio all’estero per studenti delle università e dei college – sui ragazzi che hanno fatto un’esperienza estera, il 90% ha trovato il primo lavoro entro 6 mesi dal diploma, rispetto al 49%, risultato di una precedente inchiesta sul totale della popolazione diplomata, che dichiarava di aver trovato il primo lavoro entro 1 anno dal diploma. Vuol dire il doppio delle possibilità di trovare lavoro per chi è stato per un certo tempo all’estero, e nella metà del tempo. E i ragazzi sentiti da IES si erano diplomati tra il 2006 e l 2011, anni certo non facili per chi cercava lavoro.

Ma l’altra notizia è che gli studenti che avevano viaggiato con IES all’inizio della loro carriera guadagnavano mediamente 7.000 dollari l’anno in più rispetto al salario medio dei neo-diplomati. Secondo la stragrande maggioranza dei ragazzi, l’esperienza di studio all’estero li aveva aiutati non solo a trovare presto un lavoro a tempo pieno sufficientemente in linea con i propri studi, ma anche a costruirsi soft skills professionali che andavano ben oltre la già apprezzabile acquisizione di una lingua straniera. L’esperienza di una cultura diversa gli aveva regalato maggiore tolleranza, adattabilità, comunicativa, e, adesso lo sappiamo, una certa consapevolezza di sé che non nuoce in un contesto lavorativo. Proprio quelle competenze soft che le imprese cercano oggi e che faranno la differenza tra il lavoro umano e il lavoro delle macchine intelligenti.

Secondo studenti.it che ha intervistato più di 30.000 studenti italiani delle secondarie, il 65% di chi ha risposto ha intenzione, dopo la maturità 2021, di andare all’Università e di questi il 14% di scegliere una Università straniera. Il 12% invece cercherà subito un lavoro in Italia e il 9% all’estero. Quindi, in totale, il 23% degli intervistati pensa di andare all’estero, per studiare o per lavorare. Ma ancora più incoraggiante è che per il 44% dei ragazzi “la cosa più importante è fare nella vita qualcosa che soddisfi davvero”, mentre solo il 10% ritiene che lo sia “trovare un lavoro che mi faccia guadagnare tanto”.

Dopo la Brexit sembra che Berlino e Amsterdam abbiano sostituito le mete di studio britanniche che sono andate per la maggiore per lungo tempo. Ma non conta poi tanto dove si studia, non conta così tanto il riconoscimento dell’ateneo scelto. Conta trovarsi con se stessi in un ambiente diverso dal solito, dove non ci sono mamma e papà e nemmeno il gruppo di amici a definire chi siamo. Gli altri ci guardano con curiosità e noi dobbiamo rispondere.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Elia Pellegrini on Unsplash

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