Siamo tutti metaforicamente su una stessa barca, il nostro pianeta, e – potendo prescindere per un attimo dalle condizioni di usura dell’imbarcazione – abbiamo il problema che il peso dell’equipaggio si è spostato su un bordo, quello dei paesi in via di sviluppo, particolarmente Africa e India, protagonisti di un boom demografico. Il bordo opposto, quello dei paesi sviluppati, in cima la vecchia Europa ma anche Cina e Giappone, segue la tendenza opposta: sempre meno bambini e sempre più anziani, sempre più longevi.

Come riportare la barca demografica in assetto di navigazione?

Fonte: UN su rielaborazione Futuro prossimo.

Si dice che un fenomeno demografico è un fatto, perché è la precipitazione aritmetica di tendenze che nel tempo si sono andate consolidando, tanto da aver spostato i pesi nella popolazione del pianeta. Ma si dice anche che la demografia non è un destino, perché i trend demografici sono il risultato di modelli ciclici con un inizio, un’evoluzione e una fine.

Ricordo di essere cresciuta nell’allarme generale per il sovrappopolamento del pianeta. Nel 1960 la popolazione mondiale era di 3 miliardi di persone; quaranta anni dopo, nel 2000, era già raddoppiata. Oggi siamo 7,8 miliardi e, secondo le previsioni, supereremo i 9 miliardi nel 2050. Poi, però, tenderemo a ridurci: secondo qualcuno (UN) dopo aver toccato gli 11 miliardi a fine secolo, secondo qualcun altro (Lancet) già dai 9 di metà secolo. La paura di essere troppi sul pianeta non era dunque peregrina, ma la tendenza al sovrappopolamento che si immaginava riguardare il mondo intero riguarda oggi invece solo una parte, Africa e India: l’India tra pochi anni, forse prima del 2030, supererà la Cina, dove si sta correndo ai ripari per combattere l’invecchiamento del Paese spingendo la popolazione a fare almeno due figli per famiglia, e l’Africa continuerà imperterrita a crescere fino alla fine del secolo avvicinandosi ai livelli dell’Asia con 4,5 miliardi di persone.

In compenso l’Europa sta correndo in direzione opposta – preceduta dal Giappone ma seguita da Cina e altri paesi asiatici e, a distanza, dagli USA (che si tengono ancora su indici di natalità decenti grazie al contributo dell’immigrazione) – verso un invecchiamento generale della popolazione dato da una grande quantità di anziani sempre più longevi e pochi, pochissimi bambini. L’ immigrazione, tendenzialmente osteggiata e per nulla pianificata in Europa, non basta più a tenere in equilibrio nascite e decessi, tanto che si stima che nel 2070 la popolazione europea peserà per il 4% di quella mondiale.

Quello che stiamo vivendo in Europa, e particolarmente in Italia, così come in Cina e Giappone, si chiama transizione demografica, cioè stiamo passando dal modello classico di demografia, tipico dei paesi non ancora sviluppati, con alta mortalità infantile e alta natalità, a quello moderno, tipico dei Paesi sviluppati, con bassa mortalità infantile e bassa natalità. Così che, se si disegna la popolazione dei paesi su un grafico a ordinate dove sull’ascissa sono disposti i valori numerici di quantità di abitanti e sulle ordinate le fasce di età, la demografia dei paesi in via di sviluppo apparirà con forma piramidale (tanti bambini alla base e pochi anziani in cima), mentre i paesi sviluppati come l’Italia tenderanno a una forma di parallelepipedo a causa dell’aumento in testa degli anziani e della restrizione alla base dei nuovi nati.

Perché? Perché nel passaggio da paese sottosviluppato a paese sviluppato il progresso medico-scientifico e il miglioramento delle condizioni di vita abbattono la mortalità, non solo infantile, e aiutano gli anziani a vivere più a lungo, mentre l’aumento della scolarizzazione e il benessere economico portano le donne ad avere figli più tardi e in numero minore, in favore della propria emancipazione professionale e di maggiori cure/investimenti destinati ai pochi figli che si pianifica di avere. Più i Paesi si sviluppano e si scolarizzano, quindi, più – in seguito – diminuiscono le nascite e invecchia la popolazione. Anche la popolazione dell’Asia, il continente più popoloso, continuerà crescere fino a metà secolo e poi comincerà a declinare, come ha già fatto la Cina.

Ciò che stiamo raccontando è, quindi, un modello, ovvero va quasi sempre così al ricorrere di determinate condizioni: nel caso specifico, quando all’abbondanza di bambini dell’epoca espansiva corrisponde un aumento delle opportunità di lavoro e sviluppo economico, che quindi generano emancipazione femminile e riduzione delle nascite. È successo così da noi nel dopoguerra fino alla tarda seconda metà del secolo scorso, quando è iniziata l’inversione di tendenza, verso una società decisamente più anziana.

Un boom demografico in assenza delle condizioni che corrispondono a un modello di sviluppo potrebbe non essere sostenibile. Se alla continua crescita della popolazione africana non dovessero corrispondere politiche di produzione di posti di lavoro, scolarizzazione diffusa e miglioramento delle condizioni economiche e di vita, le prospettive del continente africano potrebbero peggiorare drammaticamente. Così come sarebbe pregiudicato anche il futuro dell’India, uno dei continenti più giovani in assoluto, se non si creassero opportunità di educazione scolastica e di lavoro alla portata di tutti, facendo crescere un’ampia forza lavoro che possa sostenere l’invecchiamento successivo di una importante fetta della popolazione.

La denatalità è davvero un problema?

Se il modello di demografia di cui parliamo è davvero un modello, la denatalità viene dopo un boom demografico, quando la tendenza cambia e a fronte di pochi bambini ci sono tanti anziani, gli stessi ex baby boomers invecchiati. Un paese con poca forza lavoro e tanti vecchi è un paese improduttivo, con pesanti costi sanitari e previdenziali. Cosa fare quindi?  Gli esperti di longevità non hanno dubbi.

Cambiare la visione della vecchiaia Secondo alcuni osservatori non è l’invecchiamento ad essersi esteso, quanto piuttosto la vita adulta: negli anni 70 del secolo scorso, a 60 anni si avevano davanti mediamente altri 12 anni di aspettativa di vita. Oggi la stessa soglia si è spostata intorno ai 70 anni, perché di fatto, in termini di condizioni di salute fisica e cognitiva, energie e interesse alla vita, i 60 anni di allora sono i 70 di oggi. Inoltre, è interessante notare che se confrontiamo il peso degli over 70 di oggi su totale della popolazione con quello degli over 60 di ieri, la percentuale è pressoché la stessa: tra il 16% e il 17%. È quindi un errore guardare con ansia al supposto aumento del peso degli anziani sul totale della popolazione, perché il dato è falsato dalle categorie demografiche: l’età anziana non può più iniziare a 65 anni ma, se proprio vogliamo ancora usare le etichette dell’età, almeno a 75. Se si corregge la lettura con le diottrie giuste ecco che i conti tornano e si comprende perché gli anziani di oggi sono molto meno anziani degli anziani di ieri, a parità di categorie di età.

Sarebbe pertanto utile applicare energie economiche e di pensiero (oltre che di visione) a un nuovo disegno del ciclo di vita che veda le persone over 65 più attive almeno per un altro decennio, per quel decennio di vita in salute in più che il progresso medico scientifico gli sta regalando (teniamo presente che per metà secolo già avremo 5 anni di vita in più sia per uomini che per donne). Come, è materia di discussione. Certamente con la collaborazione di Stato, imprese e lavoratori, con aggiornamenti formativi e criteri flessibili di impiego, remunerazione, incentivazione e pensionamento. Ma non basta.

Cambiare la visione dell’immigrazione Bisognerebbe guardare all’immigrazione come a una risorsa, per un continente che peserà nel 2070 solo per il 4% della popolazione mondiale, una risorsa che va pianificata, concordata e gestita allo scopo di mantenere livelli accettabili di produttività. Tanto più che le previsioni dicono che l’automazione e la robotizzazione di alcune fasi produttive annulleranno il vantaggio di andare a produrre in paesi esteri a basso costo di manovalanza. Quindi, se è vero che i robot ci ruberanno i posti di lavoro più funzionali, è vero anche che rientreranno interi cicli produttivi che si erano già trasferiti in altri paesi. Quindi anche noi avremo bisogno di una forza lavoro più corposa. Così sarà possibile per noi sostenere l’invecchiamento della popolazione e, allo stesso tempo, per i paesi in sovrabbondanza demografica contare su maggiori risorse per le loro politiche di sviluppo economico e sociale sostenibile.

Noi abbiamo bisogno di immigrazione. Loro di politiche di sviluppo e scolarizzazione. Nel punto in cui i due bisogni potessero incontrarsi, nascerebbe un centro di equilibrio che permetterebbe alla barca di non rischiare di rovesciarsi. E nell’equilibrio di una navigazione di crociera, mettere mano alla barca.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Annie Spratt on Unsplash

 

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