«L’invecchiamento è un processo di negoziazione -che dura tutta la vita- con il contesto di cambiamento continuo in cui viviamo». In inglese suona meglio. È  una frase di Nicola Plamarini, direttore del UK National Innovation Center for Aging basato a New Castle. Nicola è un faro per chi si occupa di longevità e invecchiamento, perché dal suo Osservatorio inglese, ma in realtà anche dalle sue relazioni con tutto il mondo, guida il cammino di noi europei.

Perché mi ha colpito la frase di Palmarini? Primo perché parla di invecchiamento e non di vecchiaia, spesso confondiamo le due cose e congeliamo in uno stato di fragilità un processo graduale. Secondo perché suggerisce un movimento: processo-cambiamento-continuo, tre parole che messe insieme emettono il rumore di un treno, percepito dall’interno ovattato della carrozza in cui viaggiamo. Terzo la parola negoziazione racconta l’invecchiamento come un continuo patteggiamento, una transazione dentro una continua transizione, il che ci fa subito uscire dalla connotazione legata all’età per entrare in una dimensione di vita.

Invecchiare bene, come direbbe qualcuno, è un’arte. L’arte di non chiedere a se stessi né troppo né troppo poco, un patteggiamento continuo tra ambizioni e occasioni, tra passato e presente. Un bravissimo coach spagnolo di adozione ma argentino di origine, Ernesto Beibe, dice che arrivati in cima alla nostra carriera, professionale-familiare-sociale, al culmine della maturità, bisogna saper lasciare andare. Le aspettative degli altri prima di tutto, e anche le aspettative proprie legate alla considerazione degli altri, le conferme che ancora aspettiamo da sfide che hanno fatto il loro tempo. Perché? Per fare spazio per nuove imprese, nuove conoscenze, nuove passioni, nuovi interessi. Solo così i 30 anni di concentrazione dell’invecchiamento che ci aspettano dopo i 60 saranno ancora pieni.

Di grande aiuto, nel mondo anglosassone, il fatto che la parola più usata per parlare di temi legati alla longevità è ageing. Ben diversa da old age, che pure esiste ma non viene quasi mai usata in questo contesto, segnalando un’evoluzione culturale che in quei territori è già avvenuta. Al contrario noi tendiamo a parlare di vecchiaia e non di invecchiamento, perdendo il concetto di un processo che procede durante tutta la vita, manipolando e plasmando la nostra plasticità in un continuo divenire: il capitale umano di nascita moltiplicato dall’interesse composto delle esperienze, investito a rendita in n possibilità future. Il parallelo con la finanza viene facile. Chi investe sui mercati sa, o dovrebbe sapere, che bisogna avere a disposizione tempo e pazienza, perché il rischio azionario premia nel lungo termine. Così anche per il capitale umano, l’apprezzamento del suo valore nasce dalla prospettiva. Guardare avanti, continuare a progettare la prossima esperienza e la prossima fase, usando il tempo come leva di valore.

Questo è il nuovo corso che assumeranno le scienze umane dedicate alla longevità, prepararci a vivere a lungo, bene, e mettendo continuamente a frutto il capitale che abbiamo costruito: finanziario, certo, fisico, assolutamente, ma anche umano. Conoscenze e competenze, relazioni, reputazione, in una parola intelligenza incrementale senza la quale una old age di 30 anni non sarebbe sostenibile.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Nastaran Taghipour on Unsplash

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