Continuiamo il nostro percorso attraverso la pianificazione della longevità riprendendo il tema del rischio finanziario o longevity risk, ovvero il rischio di sopravvivere ai propri risparmi. Abbiamo già detto di come l’aspettativa di vita sia oggi di 80 anni per gli uomini e 85 per le donne, in continuo aumento, ma anche di quanto questa possa aumentare una volta superati gli 80 anni per un effetto plateau delle cause di morte. In buona sostanza, quindi, i rischi finanziari per i quali si parla tanto della necessità di pianificazione della longevità sono:

  1. risparmi insufficienti a coprire tutte l’aspettativa di vita, compresa quella extra
  2. erosione del capitale destinato alla successione per una erronea stima dei rischi economici connessi alla longevità (e della longevità stessa).

Il primo evidentemente vale soprattutto le persone meno patrimonializzate. Il secondo, sommato all’effetto inflazione, riguarda tutti, anche chi conta su una ricchezza consistente, in quanto potrebbe ridurre sensibilmente il capitale destinato a successione per una gestione non lungimirante della propria pianificazione.

Ma il rischio longevità non pesa solo sulle spalle degli individui. Pesa anche e molto sui conti pubblici dei Paesi in fase di invecchiamento come il nostro. Non è solo questione di quanto a lungo vivono le persone, ma anche di quanto peso gli anziani assumono sul totale della popolazione e rispetto alla forza lavoro.

Questione particolarmente spinosa in Italia, dove i cittadini che NON lavorano sono oltre 36 milioni, a fronte di 23 milioni di lavoratori:

  • 13 milioni di pensionati over 64
  • 7,5 milioni di under 15
  • 2,2 milioni di disoccupati in cerca di lavoro
  • 13,7 milioni di persone inoccupate che non cercano lavoro (fonte Istat).

Il problema non sono certo i minori, sempre meno in questo con un tasso di anzianità di 1,84 (184 over 65 ogni 100 bambini) ma, piuttosto, la quantità di persone rassegnate a non lavorare e la quantità di pensionati sempre più longevi.

L’indice di dipendenza, un numerino statistico che indica il rapporto tra persone non produttive per età (minore di 15 anni o maggiori di 65) e popolazione attiva in Italia è 56,7. Ma il numero non dice la verità perché parametra i quasi 13 milioni di over 64 pensionati su 38 milioni di cittadini in età lavorativa, di cui ne lavorano però solo 23.

Il nostro sistema previdenziale, nato quando il Paese era in sviluppo demografico e le persone vivevano qualche decennio in meno, non è più in grado di sostenere così tanti anziani per un tempo di pensionamento che può anche raggiungere 25/30 anni e con un sistema di calcolo degli assegni pensionistici che, moltiplicati per il tempo di longevità, supera di gran lunga la reale contribuzione.

Perché il sistema previdenziale italiano non tutela il longevity risk

In poche parole il sistema pensionistico che era nato davvero come tutela dal rischio di longevità, cioè di anomalo superamento dell’aspettativa media di vita del tempo, stava diventando una forma assistenziale impossibile da sostenere.

Ecco perché si è giunti alle riforme previdenziali che hanno agito sulle due variabili: età pensionistica, indicizzandola all’aumento dell’aspettativa di vita, e sistema di calcolo della pensione, passando dal parametro delle ultime retribuzioni a quello del reale montante contributivo.

Così, a riforme a pieno regime, l’assegno pensionistico di un lavoratore dipendente, che una volta era pari all’80% della media degli ultimi stipendi, si ridurrà al 65% e quello di un lavoratore autonomo al 50%, anche meno. Vivere 20/25 anni di anzianità con un reddito pensionistico che arriva a coprire la metà del vecchio reddito da lavoro è un esercizio che va pensato a monte per non doverlo patire a valle.

Lo Stato ha in pratica suddiviso il rischio di vivere troppo a lungo tra sé e il cittadino, riservandosi l’onere di provvedere, attraverso la contribuzione obbligatoria, alla sussistenza dell’ex-lavoratore in quiescenza e assegnandogli la responsabilità del proprio tenore di vita. Il lavoratore, per suo conto, deve suddividere il rischio longevità tra sé e gli enti finanziari/assicurativi che offrono strumenti di accumulazione di capitale e/o rendita per non doverlo sostenere da solo. Come succede già in molti altri Paesi dove la previdenza di secondo e terzo pilastro è molto più sviluppata che da noi. Il problema è che noi ce ne siamo resi conto in ritardo, perché un po’ per necessità di consenso un po’ per ignavia nessuno ci ha avvisato per tempo.

Le nuove generazioni di lavoratori dovranno abituarsi a risparmiare per la propria pensione sin dal primo lavoro, ma chi è ormai al lavoro da qualche decennio può solo correre ai ripari, prima di tutto attraverso un esercizio di consapevolezza e, di conseguenza, adottando strumenti di sostegno al reddito pensionistico.

Due missioni per Consulenti Finanziari che comprendano i rischi che corrono i propri clienti. Gli strumenti, tra fondi pensione, piani di accumulo e polizze vita ci sono già. È la visione di cui abbiamo bisogno.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Luis Machado on Unsplash

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