In un recente TED talk Alessandro Rosina, demografo conteso in questo momento da molte testate perché, oltre che preparato, ha il dono di dire cose complesse in modo semplice, ha fatto un parallelo molto suggestivo tra demografia e democrazia. Alla base, la situazione di pieno inverno demografico che contraddistingue il nostro Paese (seppur la denatalità interessi anche il resto d’Europa). In Italia facciamo 1.2 figli per donna, ciò significa che la popolazione italiana non si autoalimenta e pertanto sta diminuendo. Gli ultimi dati presentati a un interessante convegno sulla Silver Economy da parte di Itinerari Previdenziali e Istat lo dicono con chiarezza: all’1 di gennaio 2021 eravamo 58,9 milioni di persone, tra 8 anni saremo 57,9 e tra meno di trent’anni 54,1 (stime Istat). Non aiuta la popolazione straniera, pari oggi al 5.9% contro il 6.8 della Spagna e il 7.1 della Germania. La Francia si limita a un 5.3, avendo però un tasso di fecondità di 1.8 figli per donna.

Rosina dice che se nel passato la scelta di default per una donna/coppia era la procreazione, cui poteva sottrarsi adottando strumenti contraccettivi, oggi siamo davanti alla situazione opposta: la contraccezione è così diffusa che la scelta di default è non procreare, cui la donna/coppia può sottrarsi scegliendo di sospendere i metodi contraccettivi per rimanere incinta. Ma dietro l’suo massivo di anticoncezionali, cosa c’è? Cosa muove contro la riproduzione e la genitorialità?

La scelta di libertà che sta nel pianificare quando fare un figlio e quanti farne? L’incertezza nel presente che impedisce quella proiezione nel futuro che è propria di chi decide di essere genitore? Forse anche una maggiore complessità della vita che scoraggia il desiderio di farne dono a un nuovo essere. Rosina continua dicendo che così, nell’incertezza, assecondiamo l’istinto umano a non agire subendo le scelte di default, che le scienze comportamentali spiegano bene, e finisce che non facciamo più figli. Allo stesso modo in cui non andiamo più a votare, tanto il mio voto non serve a niente. Tanto anche se io faccio un figlio, il Paese non risolve il problema della denatalità. Da qui l’equazione provocatoria: la denatalità sta alla demografia, come l’assenteismo sta alla democrazia. Personalmente, sono saltata sulla sedia. Il parallelo è azzardato ma suggestivo, quasi seducente. Mi sono allora chiesta se è proprio così.

Non si va più a votare perché non si ha fiducia nella politica. Oppure perché la scelta di default è lasciare che continui la delega ormai di lunga data ai tecnici incaricati di tirarci fuori dai guai, piuttosto che porsi il problema di trovare e designare leader capaci? O non andiamo a votare solo perché siamo stufi e disamorati, perché i problemi italiani sono così cronicizzati che percepiamo con chiarezza che il nostro voto non vale niente, non può niente? Forse è proprio così, ma questa specie di broncio elettorale mina la democrazia.

Spostandoci dall’altra parte della metafora, non si fanno più figli perché non crediamo più nella famiglia? In parte può essere un punto. Oppure è vero quel che si diceva prima, che la vita risulta così complessa oggi che se uno decide di diventare padre o madre, sceglie di fare un solo figlio ma equipaggiarlo al meglio per la sua vita. Anziché fare tre figli come succedeva nel boom del dopoguerra, se ne fa uno solo, lo si coccola, lo si fa studiare, lo si arricchisce con hobby e attività sportive, lo si manda anche all’estero a perfezionare la propria formazione, lo si mantiene ad libitum finché non sarà in grado di stare sulle sue proprie gambe e se da grande avrà ancora bisogno dei genitori, questi ci saranno a sostenerlo, economicamente e non. La famiglia non più come trampolino di lancio nella società, ma come cocoon, vivaio di persone più attrezzate a vivere una vita sempre più complicata.

Poiché anche risparmiare non è più facile come una volta, anche il modello economico della famiglia e il ruolo del patrimonio da lasciare in successione vengono confrontati con la procreazione e le vecchie regole che li governavano messe in discussione.

Fare figli impoverisce: i dati Istat infatti dicono che l’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con un figlio è del 8.10%, con due figli del 14% e con tre o più figli del 22,8%.

Una vita così longeva richiede di salvaguardare le risorse economiche per una vecchiaia che oramai può durare 30 anni. La vecchia idea che da vecchi si spende meno è assolutamente soppiantata da una realtà ben diversa, dove le spese mediche soppiantano quelle di intrattenimento, tanto più a fronte di dati che ci dicono che se l’aspettativa media di vita a 65 anni è di 23 anni per le donne e 19 per gli uomini, l’aspettativa di vita in buona salute a 65 anni è 10,2 per le donne e 10,6 per gli uomini, (contro la Spagna con 12 anni per entrambi i sessi e la Germania con 12,8 anni per le donne e 11,5 per gli uomini, per non parlare della Svezia dove si parla di almeno 16 anni).

Tutto ciò considerato, il patrimonio rimanente verrebbe vanificato da una suddivisione tra più discendenti, quindi meglio concentrarlo su un solo figlio permettendogli di vivere al meglio. Purtroppo, data la longevità attuale e prospettica, l’eredità rischia di premiare un nipote più che un figlio, ecco perché, in un Paese dove il 93% delle imprese è di tipo familiare, si cerca almeno di anticipare il passaggio generazionale attraverso strumenti, come il patto di famiglia, che, pur in costanza di proibizione dei patti successori, offra un’opportunità di continuità aziendale che prescinda dall’età media del reale passaggio generazionale.

Tornando al parallelismo democrazia/demografia di Rosina, la questione di fondo è, non credere nella politica vuol dire non credere nella democrazia? e non credere nella famiglia vuol dire non credere nella vita? Alla prima domanda verrebbe da eccepire che magari non crediamo più nella democrazia rappresentativa come è stata concepita dal dopoguerra ad oggi. Ma se, come notavano alcuni giornali all’indomani delle disertate urne amministrative, il menefreghismo elettorale è causa ed effetto allo stesso tempo dei fenomeni di delega a governi tecnici in assenza di leader capaci, riportando il ragionamento sui binari della famiglia non necessariamente il rifiuto della famiglia equivale al rifiuto della vita. Anche in questo ambito potrebbe semplicemente essere un rifiuto della vita come l’abbiamo concepita finora. Magari la complessità del tutto ci ha sfinito al punto da delegare la riproduzione ai cittadini immigrati che vogliono ancora farlo. Come nel caso del Canada, che accoglie a braccia aperte un’immigrazione selezionata cui delega il compito di ringiovanire la sua popolazione. Ma i numeri ci dicono che non stiamo nemmeno andando in questa direzione. E allora?

Allora scordiamoci che la rappresentanza della cultura italiana nel mondo debba essere affidata alla quantità di concittadini e scegliamo che sia la qualità di essi a mantenere viva l’italianità nella sua migliore accezione. Lavoriamo alle scuole, alla cultura, alla rappresentanza femminile nei vari ambiti della società, alla educazione finanziaria, alla promozione di una silver economy destinata alla maggioranza degli anziani con potere di acquisto, generando un Pil extra che permetta allo Stato di sostenere gli anziani bisognosi. E teniamoci stretti i pochi bimbi che facciamo aiutando le mamme a conciliare famiglia e lavoro.

Rosina dice, giustamente, che non ci sono più donne in età feconda per invertire il trend della denatalità, ma prendendo il nemico da più parti, sostenendo la vecchiaia e agevolando la genitorialità, dando spessore alla cultura dei giovani e valorizzando le risorse di una società più senior che junior, l’Italia futura sarà più magra ma più forte e, forse, più bella.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by insung yoon on Unsplash

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