La vita ci sorpassa continuamente provocando periodici scontri tra i nostri pregiudizi e la realtà delle cose. Quest’ultima corre in corsia di sorpasso mentre la nostra evoluzione mentale e sociale arranca in una corsia intermedia dove l’uomo cresce ed evolve alla stessa velocità di sempre, lungo lenti percorsi di consapevolezza, legittimi e addirittura necessari, che di fatto seguono sempre il medesimo modello: presa di coscienza, emendamento collettivo del linguaggio con il suo solito tappeto rosso di neologismi traballanti sul crinale del ridicolo, negazione e infine liberazione, con l’espulsione dal convivere civile di un altro di quei tanti stereotipi di cui si nutre il nostro sistema 1 mentale.

Secondo Daniel Kahneman, psicologo premio Nobel per l’economia – e già in questo supposto sincretismo c’è tutto il suo genio – il nostro sistema mentale, infatti, funziona su due livelli: il sistema 1, istintivo e analogico, basato sulla catalogazione veloce di pattern attraverso schemi e approssimazioni utili a prendere decisioni veloci e a sopravvivere; il sistema 2, invece, lento ed analitico, basato sul ragionamento e la valutazione, molto più dispendioso in termini di energie del primo. Ecco perché tendiamo ad accettare stereotipi che alla fine diventano pregiudizi, per risparmiare energie. Immaginate se dovessimo ogni volta tirare in ballo il sistema 2 e valutare in profondità ciò che ci troviamo davanti: non muoveremmo più un passo o arriveremmo esausti a superare le prime due mosse del giorno.

Diversità di genere e linguaggio: gli ostacoli da superare

Così ci abbiamo messo secoli a superare (o quasi) il pregiudizio di genere: per lungo tempo le donne sono state fragili, lunatiche, peccaminose e inaffidabili – un immaginario condiviso nella società maschilista. Grazie a lunghi decenni di lotte per la parità e di sfilate di suffragette abbiamo ottenuto prima il diritto allo studio, poi il diritto di voto, poi quello a decidere del nostro corpo, ma dobbiamo ancora passare per richieste negate di genderizzazione della nomenclatura istituzionale – che verrebbe da domandarsi se sia più ridicolo richiederla o negarla, tanta la strada che abbiamo fatto, di fatto, alle spalle delle cosiddette istituzioni. E soprattutto se sia sempre opportuno. In un periodo della mia vita in Messico mi è stato insegnato che directora va bene, presidenta fa ridere oltre che rabbrividire i puristi della lingua spagnola. Emendare il linguaggio è un passaggio necessario nella nostra cultura perché il collegamento tra pensiero e parola è strettissimo, tanto che nello yoga per fermare il pensiero si tira fuori la lingua così che non possa vibrare accompagnando e agevolando il farsi delle nostre idee.
Abbiamo dovuto imparare a sostituire la parola negro con nero e poi con di-colore (sigh) e infine con afroamericano (o afro-italiano), per superare la nostra apartheid mentale. Sembra non arrivare mai la parola giusta ma se guardiamo i bimbi delle nostre scuole dell’infanzia indicare il loro compagno afro-italiano per il colore del cappellino, si capisce che la meta non è il sinonimo più eufonico della diversità.

Diversità di genere: non è solo una questione di identità sessuale

Oggi dobbiamo confrontarci con un altro pregiudizio, quello relativo all’età che, a detta della Nazioni Unite, è una delle sfide di questo nuovo millennio in cui tutto l’Occidente invecchia a ritmo velocissimo: sempre più anziani in buone condizioni di salute vivono sempre più a lungo, mentre non si fanno più figli che hanno smesso di essere voluti in quanto braccia utili alla famiglia o subiti in quanto effetti casuali del desiderio sessuale.

Di nuovo abbiamo a che fare con pregiudizi che limitano il diritto, questa volta di giovani e anziani, ad essere e restare individui, tentando di farne categorie ingabbiate in tratti, attitudini, comportamenti e fragilità comuni mutuati da un immaginario superato. Giovani fancazzisti e smanettoni, vecchi fragili e incapaci. In realtà, da molto tempo ormai la società moderna vive immersa nel brodo fusion di un’alchimia inedita di 6 generazioni contemporanee, che si traduce in una contaminazione continua: giovani che talvolta sembrano più realisti e, non di rado, cinici dell’adulto più sgamato e anziani che continuano a confrontarsi con la vita indossando gli stessi abiti e gli stessi atteggiamenti di quando avevano 40 anni. È il risultato della multigenerazionalità. Eppure, siamo ancora al punto di dover intraprendere battaglie contro il (così maldestramente tradotto) ageismo nelle aziende, nella pubblicità e nei media, dove solo ieri sera una giornalista di TG ha detto “l’anziana donna di 62 anni” e io sono sobbalzata sulla sedia.

Ageismo: l’equità di età è un risultato tutto da conquistare

Dove non c’è ageismo? Nel cinema. Perché il cinema rappresenta la realtà e la realtà ha già superato non solo il lessico televisivo, ma anche i modelli istituzionali e imprenditoriali di interpretazione e gestione delle età. Ciò nonostante i passaggi dell’evoluzione sono obbligati

  • Non diciamo più vecchio e nemmeno anziano. Prendiamo le misure con senior ma ci va venire l’orticaria ogni volta che pronunciamo la parola. Forse señores, alla spagnola, darebbe un po’ di allure in più, richiamando le categorie più esperte dei tornei sportivi.
  • Come sempre gli anglosassoni riposano sulla pragmaticità della loro lingua: non si dice più elders (sostantivo) ma older (aggettivo). Ecco fatto.

In pieno svolgimento la fase lessicale, adesso stiamo flirtando con la fase della negazione, quella tremenda intermediazione tra volere e potere che sul terreno del colore della pelle ha visto un consumo spropositato, da parte delle donne afroamericane, di parrucche lisce come i capelli dei norvegesi e cure impossibili per sbiancare la pelle, un mercato da 8 miliardi di dollari nel 2020 previsto ancora in crescita del 50% entro il 2026.

Sul fronte età il risultato della negazione sono il potere economico dell’industria dell’anti-aging e  gli influencer dei social media. Se qualcuno sperava che ci avrebbero aiutato a sdoganare l’invecchiamento nella società dove giovinezza-è-mezza-bellezza, temo che resterà deluso. In questo senso influencer dovrebbero essere Corrado Augias e Hellen Mirren. Invece vediamo ultraottantenni che si vantano di bere più di un ventenne alla festa di laurea, o di saltare ancora i gradini a tre a tre o, se donna, di indossare gli abiti alla Marylin meglio di Kim Kardashian. Un mix di pregiudizi, autopregiudizi (i peggiori) e luoghi comuni che fanno disperare. Eppure milioni di persone cliccano il loro apprezzamento.
La prossima fase dovrebbe essere quella della liberazione, ma qualcosa mi dice che da qui alla equità-di-età il cammino è ancora lungo.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Ella Christenson on Unsplash

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