Il ruolo del consulente finanziario continua ad evolvere e con l’aumentare dell’aspettativa di vita e allo stesso tempo delle incertezze globali sarà sempre più rivolto alla tutela di capitale e patrimonio del cliente, più che alla generazione di rendimenti, sempre più teso a garantire la sostenibilità della qualità di vita che alla speculazione in cerca del bottino magico. Tutelare vuol dire prevenire i rischi arginando le perdite. Come, nel passato recente, il mercato finanziario ha deciso di allargare lo sguardo dalla pianificazione finanziaria a quella patrimoniale, facendo un enorme passo in avanti, così adesso si dovrà includere nel concetto di patrimonio il capitale globale dell’individuo: finanziario ma anche fisico e umano. Ciò non significa chiedere ai Consulenti di laurearsi in filosofia o life sciences, ma di conoscere i rischi legati alla vita e di accompagnare il proprio cliente nella navigazione della sua longevità, richiamando via via la sua attenzione su possibili rischi di perdita di valore, come patrimonio ma anche come persona.

Recentemente abbiamo analizzato la tematica della tutela del capitale finanziario della clientela senior, facciamo adesso una riflessione su come il consulente può aiutare il cliente a tutelare il proprio capitale fisico e cognitivo. Chiaramente non ci si può aspettare che lo iscriva in palestra o gli prescriva di evitare grassi saturi, ma ci sono aree nelle quali può sviluppare una benefica influenza, una moral suasion riguardo agli stili di vita e alla adozione di polizze sanitarie e LTC che proteggano il suo patrimonio dalle spese sanitarie di prevenzione oggi e di trattamenti di patologie croniche o gravi domani. Ma anche promuovendo la consapevolezza di quanto l’ambiente in cui vive possa influenzare il suo benessere fisico e cognitivo.

Longevity planning: la prima tutela comincia dalla casa 

Spesso la clientela senior riceve il consulente in casa propria. Quale migliore occasione per guardarsi intorno e immaginare il proprio cliente, e relativo coniuge, a un’età avanzata muoversi nello stesso ambiente. Quanti ostacoli incontrerebbero? Quanti rischi di cadere e farsi molto male o, peggio, di isolarsi in un ambiente domestico poco accessibile.

In Italia il 50% delle case dei senior sono senza ascensore. Basta pensare ai tanti centri storici del nostro Paese. È sempre stato un problema per gli anziani, ma una volta la permanenza in case inadeguate era breve perché era molto più contenuta l’aspettativa di vita. Oggi abbiamo di fronte la possibilità, tutt’altro che remota, di vivere fino a 85/90 anni, presto 100. Quanti anni passerà il mio cliente in un ambiente che non è stato disegnato per un’età di maggiore fragilità ed esposizione a rischi? Come vi si muoverà se uno dei due componenti della coppia perderà via via autonomia?

Una recente ricerca presentata nella sede del Consiglio Regionale della Lombardia da Associazione per la ricerca sociale, presenta dati che confermano quanto avevamo già intuito circa l’abitare anziano:

  • il 29% degli anziani lombardi vivono da soli, il dato nazionale è 30%. Da altri dati sappiamo che sono soprattutto donne over 75 (il 50% di loro vive da sola): vedove, separate o divorziate, nubili;
  • il 15% vive in affitto, il restante 85% in una casa di proprietà, anche questo dato conferma il dato nazionale, e la percentuale di anziani che vivono in affitto aumenta tra le persone in cattivo stato di salute rispetto a chi sta bene. Benessere e vita autonoma sono molto condizionati dalla situazione economica;
  • anche se di primo acchito gli anziani intervistati esprimono soddisfazione per la propria casa, un anziano su tre riporta la presenza di ostacoli, anche lievi, che rendono difficoltosa la deambulazione a casa propria; e uno su due riferisce di barriere architettoniche (es: assenza di ascensori o rampe) che ne rendono invece problematico l’accesso. Tanto che il 14% è prigioniero in casa propria;
  • ciò è spesso in ragione del permanere degli anziani nella casa di famiglia dove hanno allevato i figli. Infatti circa la metà delle case degli over 65 italiani sono molto grandi, più di 4 locali + servizi, e piuttosto vecchie, pertanto poco efficienti dal punto di vista energetico. Sarà per questo che gli over 65 italiani destinano il 46% della spesa mensile alla casa.

Tornando ai consulenti finanziari, chi sceglie di offrire ai propri clienti la pianificazione della longevità non può non considerare la casa non solo quale asset patrimoniale ma anche come asset, o il suo contrario, una falla, dell’insieme del suo capitale fisico.
I temi riguardano rischi prospettici, con tutta la difficoltà di far riflettere una persona sul proprio sé futuro. Nessuno ama immaginarsi vecchio. Ma se non si riesce a fare in modo che il proprio cliente si immagini molto anziano, si può sempre usare come leva conoscenti molto anziani: come sarebbe la loro vita se vivessero nella sua casa? Cosa troverebbero ostico, cosa rappresenterebbe un rischio per la loro integrità fisica o cosa potrebbe tradursi in un isolamento progressivo a danno di quella mentale? Si tratta per lo più di barriere architettoniche, barriere di arredamento, ampiezza delle porte, disposizione della zona notte a un piano diverso dal piano terra, assenza di una camera da destinare a un’eventuale assistente, infermiera o badante.

Una volta che si è portato il cliente su questa riflessione – meglio se alla presenza del coniuge che nel caso più comune è donna, più disponibile ad immedesimarsi per via di una maggiore consuetudine a prendersi cura di parenti anziani – si valutano le opzioni. Aggiornare l’ambiente domestico adattandolo alle esigenze future? Esistono vere e proprie guide (purtroppo in inglese) ma qualunque architetto, se correttamente contestualizzato l’incarico, è in grado di individuare una serie di interventi, anche poco costosi, che vadano in quella direzione. Vendere casa e comprarne una più adeguata? Se il ragionamento è fatto per tempo c’è tutto l’agio di rifletterci e trovare la soluzione. Anche in questo caso il pensiero previdente del consulente deve allontanare le ipotesi più rischiose spesso care all’immaginario del tempo del riposo: la casina isolata sul lago o la seconda casa in montagna che dista un’ora e mezza dal primo ospedale, o semplicemente lontana da altre persone della famiglia, già avanti negli anni, la cui cura e assistenza in futuro ricadrebbero sul cliente e/o sul coniuge, ipotesi che la residenza scelta per se stessi deve facilitare e non rendere ancora più onerosa. Se il cliente cade vittima del fascino della vita bucolica, il consulente tenga sempre gli occhi aperti e guardi avanti, verso gli 85/90 anche 95 anni del suo cliente.  La ricerca già citata dice chiaramente che gli anziani che vivono in città sono molto più autonomi di chi vive nei piccoli comuni e, paradossalmente, godono anche di maggiori appoggi e assistenza. Oppure si può valutare di vendere casa per spostarsi in un condominio costruito per accogliere persone di età avanzata che, pur non appartenendo alla categoria di residenze medicalizzate, offre però un mix di privacy e vita sociale, tutela e libertà. Sono i senior living, ce ne sono ancora pochi, ma ce ne saranno sempre di più.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by Ekaterina Shakharova on Unsplash

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