C’è una preoccupazione che aleggia riguardo ai prossimi pensionati negli Stati Uniti: i baby boomers che stanno per ritirarsi dal lavoro potrebbero non avere sufficienti risorse a garanzia del proprio tenore di vita. Secondo uno studio condotto da McKinsey su 9.000 rispondenti, l’80% dei baby boomers intervistati non sarebbe pronto per il pensionamento, cioè non sarebbe certo di poter ricavare dai propri risparmi il flusso di reddito di cui ha bisogno per integrare la pensione. Inoltre molti di loro sono consapevoli dei costi di una potenziale long term care e/o di un potenziale trasferimento in un senior living o RSA. Solo il 19% degli intervistati si sente tranquillo finanziariamente per il resto della propria vita e il 31% è sul filo di tenuta, nel senso che basterebbe che continuasse ancora a lungo l’inflazione ai massimi o la volatilità dei mercati finanziari oppure che insorgesse una grossa spesa, magari per una malattia o un incidente, per perdere la serenità finanziaria.

La vecchia logica di risparmiare durante buona parte della vita lavorativa a sufficienza per decumulare dall’età della pensione in poi non è più così limpida e lineare. La teoria del ciclo di vita del risparmio formulata da Franco Modigliani, premio Nobel per l’economia, secondo la quale i risparmiatori calmierano i propri consumi verso una media stabile per poter risparmiare in modo da assicurarsi un decumulo sereno durante il pensionamento, ha perso la sua aderenza con la realtà. Il lavoro è diventato precario, la vita dura così tanto che ci vorrebbero due carriere per mettere da parte quanto necessario per una vecchiaia di 25/30 anni e da qualche tempo un’inflazione galoppante rischia di allargare la forbice tra il valore nominale dei propri risparmi e il potere di acquisto equivalente.

Inoltre, una buona parte conserva anche nell’età di pensionamento il proprio debito universitario. Negli Stati Uniti tutti gli studenti s’indebitano per pagarsi il college o l’Università e un numero sempre maggiore, soprattutto nelle classi meno abbienti, non riesce a ripagarlo durante la vita lavorativa, rischiando di trasferirlo in eredità ai propri figli o di dover destinare una quota della pensione al pagamento periodico del debito che, negli anni e con interessi crescenti, supera di gran lunga l’entità del prestito.

Cumulo e decumulo cosa succede in Italia

Da noi questo non succede grazie alle Università pubbliche e anche le spese mediche sono a carico dello Stato che viene finanziato con le nostre tasse. Gli americani ne pagano meno, vero, ma se si ammalano i costi gravano sulle loro spalle e per studiare devono indebitarsi.

L’unica cosa che sembra accomunarci sono i costi di long term care: l’assistenza a una persona anziana non più autonoma, infatti, è assicurata dal nostro Stato nella misura del 15%, con 300.000 posti letti nelle RSA, a fronte di quasi 3.000 anziani non autosufficienti, e il numero degli over 80 è previsto salire dagli attuali 4,5 milioni ad oltre 7 milioni nei prossimi 20 anni. Il PNRR ha stanziato fondi per la promozione dell’assistenza a domicilio, ma le imminenti elezioni ci garantiranno le riforme pianificate attraverso i fondi europei di ripresa e resilienza?

Purtroppo, persino negli Stati Uniti la maggior parte delle persone non ha un consulente finanziario in grado di guidarla verso una pianificazione olistica, come si dice, del pensionamento e molti di quelli che avevano deciso di anticipare il ritiro dal lavoro durante i mesi della pandemia – per curare un parente anziano che in quel tempo non si poteva più mettere serenamente in una casa di riposo o perché improvvisamente consapevole che oltre al lavoro c’è altro – stanno tornando a lavorare. Magari non full time, magari non da dipendenti e non nella stessa azienda di prima, ma sentono l’urgenza di tornare a procurarsi un reddito da lavoro per qualche altro tempo prima di mettersi definitivamente a riposo. D’altronde non pochi neo-pensionati poco dopo aver lasciato il lavoro e smaltito la sbornia da pensione, si rendono conto di non essere ancora pronti per l’inattività tanto agognata. Stanno bene fisicamente, sono ancora pieni di energie e non sono abituati a girarsi i pollici, per non dire dei fragili equilibri familiari scossi dalla novità della convivenza a tempo pieno.

Cumulo e decumulo: le opportunità per i consulenti finanziari

È quindi il momento per il mercato finanziario di rivedere la propria offerta sia in termini di servizio sia in termini di prodotti. La consulenza finanziaria pura non è più proiettabile nel futuro. La clientela finanziaria ha bisogno di essere guidata nella amministrazione di una vita che tende sempre più ad essere centenaria, dove non è pensabile accumulare dai 40 ai 67 e decumulare dai 67 ai 90 o 100. La probabilità più gettonata tra gli esperti è che il ciclo di vita, che era così ben delineato all’epoca dei nostri nonni, sarà invece più ciclico e imprevedibile, con carriere diverse, momenti di investimento (decumulo) e momenti di risparmio (accumulo) che tenderanno ad alternarsi nel corso della stessa vita lavorativa che, inevitabilmente, durerà molto di più specie se inizia a 30/32 anni e non a 20/25 come in passato.

Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, inoltre, ridurrà il reddito pensionistico, dando un ruolo sempre più importante, anche da noi, ai risparmi ad integrazione della pensione.
L’alternativa sarebbe, come paventa la ricerca di McKinsey, un taglio drastico delle spese che riflettono il tenore di vita degli anni lavorativi per restare in carreggiata o per calmare l’ansia che lo spettro dell’impoverimento senile produce. A questo fine, in un mondo ideale, funzionerebbero da rasserenanti i piani di accumulo con decumulo attraverso una rendita vitalizia, ma nel clima inflattivo che attraversiamo queste sarebbero da integrare con un’educazione finanziaria in grado di insegnare a percepire il senso dell’interesse /svalutamento composto e di distinguere tra valore nominale e potere di acquisto.

Secondo McKinsey il mercato finanziario troverebbe occasione di crescita (e di compimento del proprio ruolo sociale) in una consulenza sempre più personalizzata, sostenuta dalla possibilità di condivisione dei dati finanziari e assicurativi, grazie all’open banking previsto dalla Comunità Europea, e nella creazione di ecosistemi dove ai servizi tradizionali si possano aggiungere servizi integrativi, dall’assistenza long term care alla residenzialità senior, attraverso una promozione sempre maggiore di digitalizzazione di servizi e prodotti. Così, attraverso il fintech, anche chi non ha una ricchezza da amministrare, troverebbe un’assistenza minima alla pianificazione della propria vita, mentre chi possiede beni e risparmi vedrebbe l’accesso a tutte le informazioni finanziarie che lo riguardano in un unico luogo, aperto, su sua delega, a tutti i professionisti di cui si avvale. Così non ci sarebbe mai una soluzione uguale per tutti ma la possibilità, attraverso il proprio consulente, di disegnare un piano personale di tutela della propria longevità e monitorarlo e aggiornarlo quasi in tempo reale.

Testo a cura di Emanuela Notari

Diritto d’autore: Photo by martin bennie on Unsplash

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